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Scenari

Homo metaforicus. L'origine dell'arte

5 agosto 2016



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L'uomo e la sua capacità di elaborare immagini: una storia iniziata 40.000 anni fa. Ce la racconta Fabio Martini, professore di paletnologia presso l’Università di Firenze e direttore del Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria.





L’evoluzione culturale è garantita dai sistemi di comunicazione presenti nelle comunità e dalla coesione sociale che permette di elaborare strategie e comportamenti. Tra i sistemi di comunicazione documentati nella preistoria, il linguaggio figurativo, la cosiddetta “arte”, riveste un ruolo particolare fin dalla sua comparsa in Europa, circa 40-35.000 anni fa. Homo sapiens fu infatti il primo ad essere in possesso di un articolato sistema culturale che comprendeva saperi materiali, come la lavorazione delle rocce e delle materie dure animali, e saperi immateriali, come l’ideologia funeraria, le pratiche figurative e le simbologie.  

Il “fare segno” costituisce uno delle tante innovazioni introdotte dal sapiens e appare da subito un sapere collettivo.

Si tratta infatti di un sistema di rappresentazione applicato mediante varie tecniche sulle pareti e sui soffitti delle grotte (arte rupestre) o su supporti trasportabili (arte mobiliare).

I grandi temi del repertorio paleolitico sono soprattutto due: quello del mondo animale, collegato anche alla pratica venatoria, e quello della fertilità femminile. Lo psicanalista James Hilmann ha definito il mondo zoomorfo come il “massimo sistema simbolico della coscienza umana”. Questo mondo fu riprodotto in pitture, statuine ed incisioni parietali attraverso raffigurazioni singole o multiple di animali, a volte recanti segni di ferite. Queste evidenze fanno pensare alla pratica figurativa anche come azione connessa ad una sorta di “magia venatoria”, in cui la raffigurazione della preda ferita diviene gesto propiziatorio per la caccia. Appartengono al repertorio animalistico maestose figure di uri, di cavalli e di cervi, interpretabili come immagini totemiche capaci di rappresentare, per quelle comunità paleolitiche, una sorta di teofania primordiale, alle origini della religiosità. 

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Il tema della fertilità, cioè della sopravvivenza della specie, è evidente soprattutto nelle cosiddette “Veneri”, le raffigurazioni a tutto tondo della donna gravida, nelle quali le parti anatomiche deputate alla maternità sono enfatizzate attraverso la costruzione di volumi ridondanti. Tali immagini hanno un valore del tutto simbolico, come dimostra l’assenza di dettagli riferiti al volto e quindi di ogni intento ritrattistico.

Alcune grotte, come quella di Lascaux in Francia, sono state utilizzate come veri e propri santuari, dove la funzione delle immagini zoomorfe è chiaramente simbolica. In tali grotte  si svolgevano pratiche rituali nelle quali le immagini avevano un ruolo fondamentale. Analogo ruolo potevano possedere anche i simulacri di orso o di bisonte in argilla modellata, attorno ai quali si sono mantenute impronte di piedi che indicano una postura non usuale, in cui il piede di taglio o l’appoggio sul solo tallone è forse collegato a particolari passi di danza. La localizzazione di tali immagini in ambienti inaccessibili come cunicoli e gallerie anguste, sembra presupporre un uso dell’immagine anche durante riti di iniziazione. 

L'arte preistorica, in sintesi, è un sistema di comunicazione non verbale che nell’articolata cultura del sapiens fa maturare una solida coesione sociale. Il sistema figurativo rappresenta una delle pratiche che hanno portato a tale aggregazione, ed è forse la carta vincente che ha consentito alla nostra specie di acquisire quella “sapienza ambientale” che le ha permesso di essere l’unica sopravvissuta all’interno del genere Homo.

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Nell’Europa di 40.000 anni fa lo stadio nel quale l'uomo acquisì una capacità vocale articolata coincise con l'origine del fare segno, ovvero del fare arte. Probabilmente proprio la comunicazione verbale è stata il veicolo di trasmissione di saperi materiali e immateriali che hanno condotto alla “modernità” della nostra specie.  La nascita dell'arte, questa grande tappa nella storia evolutiva, concerne la capacità di elaborare immagini, ovvero di rendere in modo bidimensionale la nostra percezione tridimensionale di masse e volumi. Lo studio di questa documentazione archeologica può essere affrontato solo in un'ottica pluridisciplinare che coinvolga archeologi, studiosi di scienze umane, di estetica e di neuroscienze. Infatti il fenomeno "arte" si configura non solo come un evento biologico, ma come un salto culturale che dà inizio ad una grande complessità comportamentale, che diventa il punto di partenza per un nuovo percorso di esplorazione del mondo attraverso i simboli.  Si tratta di un cammino che l'uomo sta ripercorrendo ancora oggi, come risulta  confrontando il repertorio figurativo paleolitico con quello dell'arte contemporanea. Emergono infatti alcune coincidenze nei sistemi di rappresentazione, sia a livello di procedimento concettuale che di linguaggio stilistico. Un cammino che si snoda, anche a distanza di secoli, all'interno del complesso sistema umano di rappresentazione del mondo esterno e della propria realtà interiore.

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Immagine di copertina:

Scheletro di « Lucy » (AL 288-1) Australopithecus afarensis, Museo Nazionale di Storia Naturale, Parigi. Foto: 120, Wikimedia Commons CC BY-SA 3.0.


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