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#finedelmondo

Interviste

Il cartografo dell'umanità

11 maggio 2016



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Conosciuto dal pubblico per le sue grandi mappe con cui racconta le radici delle nostre culture, Qiu Zhijie non è solo un artista internazionalmente affermato ma anche un punto di rifermento centrale nel panorama culturale cinese. Lo abbiamo incontrato in vista della mostra inaugurale, per parlare di arte ma non solo. 





Puoi dirci brevemente chi sei e su cosa si basa il tuo lavoro?

Mi chiamo Qiu Zhijie, sono un’artista cinese di base a Pechino. Sono professore alla China Central Academy of Fine Art-The School of Experimental Art e alla China Academy of Art-School of Intermedia Art. Il mio credo è quello di essere un artista totale che si confronta con tutte le forme d’arte come la pittura a inchiostro, la calligrafia, installazione, la performance, il teatro e il video e la fotografia. Nel 1996 sono stato co-curatore della prima mostra di Arte video in Cina (ndr Phenomena & Image al CCA di Hangzhou). Nel 2012 sono stato capo-curatore di uno spazio indipendente e oggi possiamo dire che realizzo molte carte geografiche, quindi sì sono “cartografo” dell’arte.

 

Il tuo ultimo progetto, Racing Against Time, affronta lo scontro tra potenze, un tema che è sfortunatamente sempre di grande attualità. Può raccontarci qualcosa di più sul tuo metodo di ricerca e sulle fonti che hai utilizzato?

Di solito il mio metodo è quasi sempre basato sul realizzare mappe, che diventano poi uno strumento di ricerca su vari argomenti. Per esempio nella mia mostra di San Gimignano mi sono concentrato sull’idea di impero e su tutti gli elementi che lo formano: il sistema politico, quello economico, quello architettonico, le bandiere e le armi che vengono utilizzate. Dopo aver diviso i vari elementi storici per tipologia, li ho mescolati fra loro. In effetti nella mia ultima mostra ho realizzato una sorta di sito archeologico in cui i visitatori possono entrare, camminare e scoprire qualcosa di nuovo. Vorrei che il pubblico fosse libero di collegare i vari elementi, in modo da non creare un’interazione fisica, ma spirituale.

 

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Il tuo lavoro è molto legato all’antica arte della calligrafia, usata per riscrivere e copiare. Puoi spiegarci qualcosa in più su questa tradizione?

La mia prima formazione è stata come calligrafo, una pratica tradizionale in Cina. L’arte calligrafica adotta un sistema educativo che si basa sull’osservazione e sulla ripetizione della gestualità del maestro, un metodo completamente diverso da quello del sistema accademico attuale. In Accademia ho sentito molto la mancanza di questa pratica. Un mio lavoro dei primi anni ‘90, si è ispirato proprio a questa idea. Si tratta della riscrittura della Prefazione al Padiglione delle Orchidee di Lanting Xu, la più importante opera di calligrafia classica della storia cinese. L’opera, che mi ha visto impegnato per 5 anni, consiste nella riscrittura continua su fogli di sabbia, fino alla sua quasi totale distruzione, trasformandosi, attraverso la stratificazione dei gesti e dei segni, da un’opera classica della calligrafia cinese ad un’opera astratta, fino a scomparire quasi del tutto. Per me è stata una sorta di meditazione zen. Ed il metodo che ho utilizzato non è stato solo uno ''strumento'' di lavoro ma anche un modo per sviluppare me stesso. Un metodo del tutto speciale.

 

In che modo questa idea di ''ripetizione'' e di deja-vu è connesso alla tua arte e a quello che esibirai al Centro Pecci?

Questo senso di deja-vu in Cina è una sorta di sentimento condiviso, fa parte della sensibilità delle persone. Si ha la sensazione che tutto è sulla via della scomparsa, che tutto sta per invecchiare. Penso che una mostra intitolata La fine del mondo potrebbe essere una riflessione sulla trasformazione e sul cambiamento di ciò che ci circonda piuttosto che sulla sua presunta scomparsa. Ogni oggetto è il risultato di un processo, e le mie mappe cercano di presentare questa situazione di costante mutamento.

Per la mostra di apertura ho intenzione di concentrarmi sull’idea di mappa, magari una mappa della vita degli uomini, oppure delle idee e dei comportamenti, non necessariamente una mappa geografica.

 

Cosa significa disegnare una mappa nella tua pratica?

Ciò che più mi interessa è la dimensione relazionale delle mappe. Non mi interessa discutere dell'oggetto in sé, come se fosse posizionato in un luogo ''vuoto'' di relazioni. Il significato di un oggetto è determinato dal tempo storico, dal luogo in cui si trova. Per alcune persone un libro può essere una cosa di grande valore, ma per altre un noodle può essere molto più importante di un libro. Creare delle mappe vuol dire indagare come e quando alcuni concetti si sono congelati e cristallizati in una forma di senso, vuol dire comprendere ed ''aprire'' le relazioni tra le cose che ci circondano. Non si tratta di una rappresentazione delle relazioni esistenti, ma piuttosto della creazione di nuove forme di senso, e con esse di un nuovo e più autentico mondo. È questo l'aspetto più importante delle mappe. Le persone poi aggiungono la loro dimensione soggettiva, che si basa sulle loro personali mappe mentali. Ognuno è un cartografo, in verità.

 

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In che modo le rovine influenzano il tuo e il nostro immaginario?

In Cina, dove sono nato, il passato, la memoria e le rovine fanno parte dell'immaginario collettivo, e penso che anche per voi italiani sia lo stesso, così come per ogni nazione e ogni cultura che ha una lunga storia. Avere familiarità con queste rovine del passato ti fa assumere una prospettiva particolare, rendendoti consapevole che tutto è destinato ad invecchiare. Così, quando si guarda, ad esempio, una macchina di lusso, si sa che tra cinquant'anni questa macchina sarà un ammasso di rottami; lo stesso vale se guardiamo una giovane ragazza. Chi è familiare con le rovine acquisisce una preconoscenza della realtà e del mondo, proiettando il presente nel futuro; e questa idea mi affascina molto.

 

Come ti immagini una mostra sulla fine del mondo?

Penso ad una mostra che abbatte la barriera tra autore e spettatore, per una visione del mondo diversa e più profonda. Credo nel potere metaforico dell’arte e credo che l’arte debba essere in grado di dare una visione totale del mondo, una Weltanschauung. Secondo me la mostra inaugurale, La fine del mondo, potrebbe essere proprio questa grande visione totale e panoramica del mondo: una riflessione sulla storia, sull’immaginazione, sulla metafisica. Per metterci di fronte alle basi del pensiero filosofico che governa le nostre vite e la nostra conoscenza.

 

[Immagine di copertina: Photo: Ksenia Kolesnikova. Courtesy of Press service of 6 Moscow Biennale of Contemporary Art]




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