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#finedelmondo

Interviste

In bilico sulla fune

22 giugno 2016



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Da sinonimo di provocazione, critica e sovversione a fenomeno sociale di massa. Qual è il futuro dell'arte in una società in cui tutti (o quasi) si sentono in dovere di essere creativi? Ne abbiamo parlato con il sociologo Pascal Gielen, che ci ha proposto una strategia di resistenza piuttosto particolare.





Sembra che l’arte abbia sempre fatto parte della storia dell’umanità, dalle grotte di Altamira all’avanguardia. Com’è cambiato il ruolo dell’arte nei secoli?

Mi piacerebbe circoscrivere la mia riflessione al periodo che va dal 1970 agli inizi del 2000, durante il quale ho individuato tre cambiamenti storici cruciali che si sono sviluppati all’incirca in modo parallelo. Il primo è stato un cambiamento politico che ha visto l’evolversi del Liberalismo in Neoliberalismo, che ha avuto inizio con il governo di Margaret Thatcher in Regno Unito e del presidente Ronald Reagan negli Stati Uniti. Una seconda evoluzione che risale più o meno allo stesso periodo, è stato il cambiamento della condizione lavorativa con il passaggio dal Fordismo al Post-fordismo. Infine, il terzo cambiamento storico interessante, è stato il passaggio dall’arte moderna all’arte contemporanea. Dal punto di vista di un sociologo, questo cambiamento è rappresentato dal declino dell’influenza della figura dello storico dell’arte e quindi di una prospettiva storica all’interno dell’ambiente artistico professionale.

Per questa ragione, credo che l’arte contemporanea possa essere interpretata come l’arte del “Post-fordismo”, della “post-politica” e della “post-arte”, nella quale la mancanza di una prospettiva storica si sta radicando sempre di più. L’incremento di una mancanza di senso storico nel mondo dell’arte è stato rimpiazzato dalla crescente diffusione di filosofie à la page e teorie sociali e politiche radicali. Credo che la descrizione più appropriata della situazione attuale sia proprio la perdita di un senso della storia che ha come conseguenza anche la scomparsa di un’idea di futuro nell’arte contemporanea. L’archetipo di un progresso illimitato è andato in crisi e la creatività si è cristallizzata in una industria creativa che ripete costantemente le medesime pratiche e strategie.

 

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La parola creatività non è più solamente associata all’ arte. Dalle start up alla finanza ormai molti campi si descrivono come creativi. È corretto definire questo fenomeno come un processo di “massificazione” della creavità?

Questa concezione contemporanea della creatività non ha niente a che vedere con il significato rivoluzionario che ha avuto nel passato più recente. Negli anni sessanta, la parola creatività era sinonimo di provocazione, critica e sovversione; adesso invece è diventata una parola trendy o addirittura un obbligo morale. La critica non è più presa in considerazione all’interno del concetto di “creatività”. Ora c’è solo innovazione e ottimismo, ma questo vuol dire distruggere ogni impulso creativo. Solo nel momento in cui ricominceremo a criticare davvero inizieremo a generare nuove idee capaci di cambiare la nostra società o almeno una piccola parte di essa.

 

Qual è il ruolo dell’artista all’interno della nostra società?

Per prima cosa è fondamentale che gli artisti costruiscano un futuro. Non solo in modo provocatorio, come hanno già fatto durante gli anni sessanta, ma dandogli una forma più concreta attraverso l’interazione con la società attuale. Penso che l’artista debba sviluppare una buona conoscenza di ciò che la gente sta attualmente vivendo e sperimentando, superando la semplice innovazione formale. Il compito dell’artista dovrebbe essere quello di immaginare un mondo completamente nuovo e lasciare poi a noi la possibilità di “sentire” questo mondo attraverso le sue e le nostre “finzioni”. L’artista deve quindi restituirci nuove idee per creare un terreno stabile su cui stare in piedi. L’ostacolo più grande da superare è l’individualismo del mondo artistico in generale, quella che Lacan chiama la Iocrazia. Gli artisti possono ancora avere un’idea unica e sorprendente ma è necessario che la organizzino collettivamente e la relazionino a qualcosa di familiare.

Per chiarire quest’idea, si può usare la metafora del circo. Il circo è un’istituzione ibrida dove la creatività è strettamente legata all’economia, alla politica, alla vita familiare e all’ecologia. Per esempio, in qualsiasi momento un circo voglia montare il proprio tendone su un terreno, esso deve negoziare con le autorità locali. Ma quando il suo territorio è stabilito, questo diventa uno spazio autonomo. Anche la pratica artistica può essere considerata come un terreno da costruire attraverso una negoziazione. In Spagna il collettivo Recetas Urbanas ha ampiamente utilizzato alcune dinamiche della vita circense. Un approccio di questo tipo può essere interessante per un gran numero di persone e di professionisti, non solo quelli appartenenti al settore artistico. Anche i professionisti di altri settori avvertono un deficit di autonomia, e ciò dipende dall’influenza del neo-management in un sistema che io chiamo “liberalismo repressivo”. Prendere decisioni in maniera autonoma è sempre più difficile. L’artista dovrebbe riconosere queste preoccupazioni condivise e tradurle in un linguaggio comprensibile alla maggioranza delle persone, per far luce sulla condizione politico-economica attuale.

 

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Ha sottolineato che la democrazia è un problema di politica culturale. Potrebbe sviluppare questo concetto?

La cultura è ciò che dà un senso alla vita. Non è una sovrastruttura, ma il fondamento della società. Credo che ci sia una relazione importante tra arte e democrazia, ma è necessario sottolineare che arte non è un sinonimo di cultura. Guardando ai nostri tempi e a come gli artisti hanno lavorato finora, è facile individuare come abbiano sempre cercato di proporre un’identità e una forma singolare e come abbiano anche cercato di difendere le loro posizioni. Ognuno ha una singola idea e ogni volta cerca di costruirvi intorno un nuovo discorso. È un meccanismo radicato nella modernità: creare un’idea unica a cui nessuno ha mai pensato prima. Il passo successivo è quello di costruire un sostegno pubblico alla propria idea. Gli artisti devono trovare una giustificazione per la sopravvivenza della propria arte, della propria soggettività e singolarità. Tutto questo per me è l’essenza del processo democratico che non include soltanto il lavoro degli artisti, ma anche una serie di discussioni cruciali, del tipo: “È arte questa?” oppure “Questa azione è morale o immorale?”. Questo processo democratico è molto importante ed è l’opposto di ciò che oggi comunemente pensiamo quando parliamo di democrazia. Vediamo la democrazia come un concetto quantitativo che riguarda, ad esempio, il numero di cittadini che hanno votato un partito politico. Questo tipo di democrazia rappresentativa di stampo liberale non deve essere il modello adottato dagli artisti. L'arte e gli artisti devono porsi in una posizione deliberatamente democratica, e ciò significa avere la capacità di fondare una nuova posizione e difenderla. Personalmente, questa è la cosa più importante ed è ciò che vediamo nelle manifestazioni internazionali, dove la maggior parte dei dibattiti non riguarda soltanto questioni artistiche ma anche politiche ed economiche. È molto importante che il sistema dell'arte prosegua questo percorso, dove la libertà di parola è ancora possibile.

 

Ma qual è la relazione tra arte e cultura?

Io vedo una relazione dialettica tra le due. La cultura è la tazza di caffè di cui si ha bisogno ogni mattina. Una tazza che contiene i nostri rituali necessari, le abitudini e i valori in cui crediamo. Al contrario, l’arte è ciò che conduce a nuove abitudini, interrompendo bruscamente la routine e la normalità. Per mantenere la democrazia, è quindi fondamentale una relazione dialettica tra arte e cultura, tra tradizione e innovazione. L’aspetto democratico dell’arte sta proprio nella capacità di mantenere aperto uno spazio per il dialogo, proponendo sempre nuove idee.



Immagine di copertina:

Sequenza del film The Walk di Robert Zemeckis.


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