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40 anni senza Fassbinder: 1982-2022

Un tributo all'enfant terrible del Cinema tedesco attraverso 5 film in versione restaurata e l'inedito documentario Fassbinder di Annekatrin Hendel

FILM / 40 ANNI SENZA FASSBINDER



June 11—July 16, 2022

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Nessun regista è stato più controverso, scandaloso, prolifico e ossessionato dal cinema di Rainer Werner Fassbinder. Morto tragicamente, il 10 giugno del 1982, a soli 37 anni, Fassbinder aveva rivoluzionato il teatro e lasciato un totale di 44 film e serie televisive diretti e, spesso, autoprodotti. Nessuno, prima o dopo di lui, è stato in grado di narrare la società tedesca in modo così duro e veritiero attraverso personaggi indimenticabili, comunque capaci di emozionare, toccare l’animo umano, offrire una possibilità.  
A 40 anni esatti dalla morte, in collaborazione con Viggo Distribuzione, proponiamo un tributo attraverso 5 dei suoi film più rappresentativi - in versione restaurata dalla R. W. Fassbinder Foundation - e FASSBINDER: inedito documentario biografico della regista tedesca A. Hendel che offre un nuovo approccio al fenomeno Fassbinder consentendogli di raccontare la propria storia attraverso il collegamento di elementi autobiografici dei suoi film con opere scritte inedite e interviste. La storia di un giovane studente con grandi ambizioni artistiche che, con il suo stile di vita scandaloso e una furiosa energia, ha profondamente segnato e trasformato il paesaggio culturale tedesco ed internazionale. Attraverso interviste alle sue “donne”, Hanna Schygulla, Irm Hermann e Margit Carstensen, ad amici e sostenitori come Harry Baer, Thomas Schühly, Günter Rohrbach, Volker Schlöndorff e Juliane Lorenz, FASSBINDER è il racconto di 37 anni di autoimmolazione e autodistruzione per ricostruire le ragioni di una rabbia, di una volontà, di un coraggio e una convinzione uniche che hanno fatto di Fassbinder ciò che era ed è: una simbiosi senza precedenti tra cinema e vita.
Un tributo a un regista scomodo, volutamente dimenticato, per concedere al suo cinema la possibilità di rivivere sul grande schermo attraverso 5 significative opere che, raccontando la società e la storia tedesca, hanno profondamente mutato il racconto cinematografico.

 


 

Fassbinder di Annekatrin Hendel
(Germania, 2015) col./bn; 96'; v. or. sott. it)
 

da sabato 11 giugno: primo spettacolo ore 18.30

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Il documentario del 2015 “FASSBINDER” di Annekatrin Hendel farà luce su alcuni aspetti privati della sua vita in relazione alle produzioni artistiche, mostrandocelo studente e analizzandone l’evoluzione attraverso documentari, opere scritte e interviste inedite.
Con il documentario FASSBINDER, a 40 anni (il 10 giugno) dalla sua morte, la regista Hendel fornisce un nuovo approccio al fenomeno Fassbinder. Il film racconta la storia di un giovane studente di grande ambizione artistica, continua a parlare del suo stile di vita scandaloso dei modi con cui ha trasformato il paesaggio culturale con la sua furiosa energia.
Il primo film di Fassbinder L’amore è più freddo della morte fu fischiato dal pubblico del Festival di Berlino del 1969. Ma nel 1982, poco prima della sua morte, il regista vinse l’Orso d’oro con Veronika Voss.
Lo spettatore scoprirà come Fassbinder ha interagito con i suoi attori, rivali e amanti e come ha affrontato le lotte di potere e la sua bisessualità attraverso le interviste con le sue star come Hanna Schygulla, Irm Hermann e Margit Carstensen e con amici e sponsor come Harry Baer, Thomas Schühly, Günter Rohrbach, Volker Schlöndorff e Juliane Lorenz.
Fassbinder, il film, racconta di 37 anni di auto-immolazione e ricostruisce l’origine della rabbia, della volontà, dell’audacia e della convinzione di Fassbinder che gli ha permesso di diventare ciò che era ed è.
 


 

L'amore è più freddo della morte - Liebe ist kälter als der Tod

con Hanna Schygulla, Rainer Werner Fassbinder, Ingrid Caven

(Germania, 1969) bn; 89'; v. or. sott. it
 

da venerdì 17 giugno: primo spettacolo ore 21.15

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Franz è un magnaccia da quattro soldi che convive con Joanna e la sfrutta. Attratto fisicamente da Bruno (Ulli Lommel), il gangster messo alle sue calcagna dal racket e al quale rifiuta di sottomettersi, diventa amico di quest'ultimo al punto che accetta di dividere con lui persino la propria ragazza. Joanna però rifiuta e informa la polizia di un loro piano per una rapina in banca. Bruno dà ordine di ucciderla, ma muore durante una sparatoria con la polizia, mentre Franz e Joanna riescono a fuggire.

Il film ha questa dedica: "Per Claude Chabrol, Eric Rohmer, Jean-Marie Straub, Lino e Cuncho"

"Franz (R.W. Fassbinder) che convive con Johanna (H. Schygulla) e la sfrutta, è attratto fisicamente da Bruno (U. Lommel) che lo spia per conto del racket, disposto persino a dividere con lui la donna. Lei rifiuta e informa la polizia di un loro piano per una rapina in banca. Bruno dà ordine di ucciderla. Ritroviamo i due personaggi in Dei della peste , girato pochi mesi dopo, ma distribuito nella primavera del 1970. È il 1° lungometraggio di Fassbinder dopo 2 corti girati nel 1965-66. È già presente, insieme con la struttura triangolare di base (due uomini e una donna), il rapporto di padrone e vittima, tipico del regista. Formalmente è un'ibrida contaminazione tra atmosfere da film nero hollywoodiano (e Melville) e vezzi stilistici in prestito da Godard e Straub." (Il Morandini)
 


 

Le lacrime amare di Petra Von Kant - Die bitteren Tränen der Petra von Kant

(Germania, 1972; col.; 125'; v. or. sott. it)

con Hanna Schygulla, Margit Carstensen, Katrin Schaake

 

da venerdì 24 giugno: primo spettacolo ore 21.15
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Probabilmente il più doloroso film di Fassbinder, che non concede nulla allo spettacolo. Claustrofobico, permeato dal melodramma alla Sirk ma con accenti del teatro tedesco. Interpretazioni intense, supportate da una regia asciutta e da una fotografia magistrale. Petra, stilista, ha vissuto una grande passione d'amore per un'altra donna. Ora la gelosia e la consapevolezza del tradimento dell'amante con un militare americano le distruggono l'esistenza. Con la fedele e affezionata cameriera vive reclusa ascoltando i Platters.

"Separata dal marito, madre di una figlia adolescente, Petra - disegnatrice di moda affascinante e intelligente - vive con Marlene, factotum onnipresente e asservita. Quando incontra Karin, di estrazione proletaria, se ne innamora follemente, ma sei mesi dopo ne viene abbandonata. La lascia anche la devota Marlene. Riduzione di un testo teatrale, scritto e messo in scena dallo stesso R.W.F. l'anno prima, è il più autobiografico tra i suoi primi film e un ammirevole esempio di trasposizione dal palcoscenico allo schermo. Attraverso la duplice dialettica servo/padrone e amore/denaro sfocia, con la protagonista che alla fine si ritrova nella situazione di partenza, in un melodramma tipicamente fassbinderiano. "Kitsh? Certamente. Capolavoro? Anche." (A. Farassino)." (Il Morandini)
 


La paura mangia l'anima - Angst essen Seele auf

con Barbara Valentin, Brigitte Mira, El Hedi ben Salem

(Germania, 1973) col. 94'; v. or. sott. it

 

da venerdì 1° luglio: primo spettacolo ore 18.00
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Emmi, una sessantenne vedova e con figli sposati, incontra una sera in un bar Alì, un marocchino immigrato per lavoro in Germania. L'uomo, dopo un po' di chiacchiere, l'accompagna a casa, dove la donna vive sola: essa apprende che egli abita lontano con altri cinque compatrioti in una sola stanza e gli offre un letto per la notte. Nasce così un bizzarro "ménage", ma ciò che manda fuori dei gangheri figli, nuore, fornitori, condomini e compagne di lavoro (Emmi si occupa delle pulizie nell'edificio in cui abita) non è tanto la clamorosa differenza di età tra lei ed il marocchino, quanto il fatto che una "buona tedesca" si sia scelto un uomo di colore. Poi, poco a poco, le cose si appianano: i figli e i fornitori si adeguano, le amiche tornano a venire in visita e toccano estasiate i lucidi bicipiti dell'arabo il quale, da parte sua, ha trovato un vero nido, anche se a volte ne svolazza fuori, per concedersi più soddisfacenti evasioni con una vichinga bionda, la proprietaria del bar vicino a casa. Un giorno però, e proprio in questo locale, Alì cade sul pavimento, viene ricoverato in ospedale: ed Emmi pazientemente lo assisterà, fiduciosa nel proprio affetto e nelle capacità di recupero di quel gigante, tanto più giovane di lei.

Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes nel 1974. 

"Un'anziana donna delle pulizie vedova sposa un immigrato marocchino, di vent'anni più giovane. Doppio scandalo. Non è soltanto un film sul razzismo quotidiano e sulla normalità, ma anche sull'amore e la felicità. Il personaggio che più interessa non è Alì, trasparente e monolitico nella sua araba semplicità di cuore e di comportamento, ma Emmi cui l'amore non basta a farle superare i pregiudizi, l'educazione piccoloborghese, l'innata tedescheria. L'impasto di melodramma e di critica sociale funziona perché il primo è al servizio della seconda come la circolazione del sangue alimenta un organismo. Tenero, asciutto, un po' schematico. Noto anche come "Tutti gli altri si chiamano Alì". Premiato a Cannes 1974 da FIPRESCI e OCIC, a Chicago e in Germania (Brigitte Mira)." (Il Morandini)

 


 

Effi Briest - Fontane Effi Briest 

con Hanna Schygulla, Wolfgang Schenck, Herbert Steinmetz

(Germania, 1974) bn; 141'; v. or. sott. it

 

da venerdì 8 luglio: primo spettacolo ore 18.00

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Tratto dall'omonimo romanzo di Theodor Fontane che nel 1895 fece clamore in Germania per l'esplicita denuncia di una certa mentalità tipica delle classi privilegiate. La storia di Effi che, nella Germania di fine '800, viene spinta dai genitori a sposare un barone molto più anziano, ma che le promette un avvenire agiato. Effi intreccia una relazione con un maggiore, ma dopo sei anni il marito li scopre. La allontana da casa, proibendole di vedere la loro bambina, e sfida a duello il rivale uccidendolo. Anche Effi morirà di tubercolosi, ma anche di solitudine e stenti.

"Dal romanzo (1895) di Theodore Fontane: sposata a 17 anni a un vecchio barone, si lascia sedurre da un ufficiale che il marito uccide; respinta dai genitori e ripudiata dallo sposo, invecchia e muore. È il film più delicato, spoglio, bressoniano di un regista incline al melodramma che, invece di drammatizzarlo, si è limitato a filmare il libro con una lettura sottovoce, costruendolo in brevi sequenze, quasi sempre a cinepresa ferma, e omettendo deliberatamente le scene d'azione, sostituite con la loro descrizione orale. Chiede allo spettatore, prima ancora che un occhio, un orecchio attento alla scrittura di Fontane: leggera, priva di violenza, attenta alle sfumature. Già portato 3 volte sullo schermo da Gustav Gründgens ( Il romanzo di una donna , 1939), Rudolf Jugert (1956) e Wolfgang Luderer (1968) nella Repubblica Democratica Tedesca. Il personaggio di Fontane è ispirato alla vera storia di Else (Elisabeth) von Ardenne, protagonista di uno scandalo clamoroso nella Berlino dell'ultimo '800. Morì a 99 anni." (Il Morandini)


 

Il matrimonio di Maria Braun - Die Ehe der Maria Braun

(Germania, 1978) col. 121'; v. or. sott. it

con Günter Lamprecht, Ivan Desny, Hanna Schygulla

 

da sabato 16 luglio: primo spettacolo ore 18.00

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Nel 1943, Maria Braun sposa frettolosamente un sergente destinato al fronte russo. L'uomo è dato per disperso e la moglie, per sopravvivere negli anni miseri del dopoguerra, diventa l'amante di un nero, sergente dell'esercito d'occupazione americano. Il marito inaspettatamente ritorna e Maria, per difenderlo, uccide l'amante. L'ex sergente s'accusa del delitto e finisce in galera, mentre la moglie diventa la compagna di un dirigente industriale e, grazie alla sua conoscenza dell'inglese, imparato frequentando gli americani, si trasforma in un'ottima manager. Maria ha un unico scopo vissuto come una missione: realizzare, insieme al marito, il proprio ideale privato di felicità coniugale e di benessere. Per questa missione Maria è disposta a tutto: all'adulterio, alla prostituzione e persino all'omicidio. Ma la felicità non arriverà. Il personaggio di Maria è un'allegoria esplicita della Germania uscita dalla tragedia della guerra. Sei i danni materiali si possono riparare, quelli delle coscienza sono lunghi da guarire. Uno dei film più rappresentativi del nuovo cinema tedesco.

"Una giovane attraente tedesca, sposa di guerra, attraverso il mercato nero e la prostituzione riesce a diventare una brillante donna d'affari, rimanendo sempre leale al marito prima prigioniero, poi detenuto. È uno dei migliori, e il più armonioso, film di Fassbinder, denso di avvenimenti e di personaggi, pieno di drammaticità e di sarcasmo, una ricca parabola sul "miracolo" tedesco. Schygulla memorabile. È uno dei quattro personaggi femminili (con Lilì Marlene, Lola, Veronika Voss) attraverso i quali Fassbinder ha composto una quadrilogia sulla Germania nazista e postnazista." (Il Morandini)


40 anni senza Fassbinder


Where
Cinema - Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci

Viale della Repubblica, 277, 59100 Prato PO, Italia


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