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Godland - Nella terra di Dio di Hlynur Palmason

Prime visioni

 

FILM / PRIME VISIONI



January 11—15, 2023

 con Elliott Crosset Hove, Ingvar Eggert Sigurðsson, Victoria Carmen Sonnei 

(Vanskabte Land; Danimarca-Islanda-Francia-Svezia, 2022) 143' - v. or. sott. it. e vers. it.

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SPETTACOLI

giovedì 5 gennaio, ore 17.00 - v. or. sott. it.
venerdì 6 gennaio, ore 18.20 - vers. it.; ore 21.15 - v. or. sott. it.
sabato 7 gennaio, ore 17.30 - v. or. sott. it.; ore 21.15 - vers. it.
domenica 8 gennaio, ore 15.50 - v. or. sott. it.; ore 18.30 - vers. it.
mercoledì 11 gennaio, ore 21.15 - vers. it.


Prime visioni


Where
Cinema - Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci

Viale della Repubblica, 277, 59100 Prato PO, Italia


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Quando

5 gennaio, ore 17.00 vos

6 gennaio, ore 18.20; ore 21.15 - vos
7 gennaio, ore 17.30 - vos; ore 21.15
8 gennaio, ore 15.50 - vos; ore 18.30
11 gennaio, ore 21.15

 

Nell «western» del danese Hlynur Pálmason un prete viene inviato dalla Chiesa di Danimarca a fondare una parrocchia in Islanda, per nulla preparato a ciò che lo attende;

 

Un western senza Sioux e Cheyenne, senza bisonti e praterie, senza sceriffi e fuorilegge ma con la stessa ambizione mitica di scavare nelle radici di una terra e di una popolazione per farne emergere la storia e i drammi, le tensioni e le speranze. Oltre a una significativa citazione fordiana da «Sfida infernale». Ma con una differenza non trascurabile: non siamo nel west statunitense ma nell’Islanda di fine XIX secolo, ancora sotto il dominio danese.

E proprio dalla Danimarca parte il protagonista del film, il giovane prete Lucas (Elliott Crosset Hove), incaricato dal vescovo di aprire una chiesa in un villaggio della costa sud orientale dell’Islanda e deciso a fotografare persone e ambienti che troverà nel viaggio con una ingombrante macchina a lastre di collodio. Per questo non sbarca vicino alla sua meta: vuole concedersi un lungo viaggio di avvicinamento, dove spera di trovare soggetti per le sue fotografie.

«Godland» del trentottenne islandese Hlynur Pálmason è il resoconto di quel viaggio, alla scoperta di una terra selvaggia (ben lontana dalle promesse del titolo, «Terra di Dio») che si rivelerà ben più ostica di quanto Lucas potesse immaginare, ma anche molto più seduttiva e inquietante di quanto il giovane fosse preparato ad affrontare. Perché il viaggio, che occupa una metà delle due ore e 23 minuti del film, metterà a dura prova non solo le sue forze fisiche ma anche le ragioni profonde delle sue convinzioni.

Certo di poter far proprio quello che vede grazie alla capacità di fissarlo sulla lastra fotografica, di poter conoscere quello che incontra solo «imprigionandone» le forme grazie ai sali d’argento fissati col collodio, Lucas imparerà a sue spese l’irriducibilità di una Natura che nella sua apparente freddezza si ribella a ogni forma di comprensione, anche a quella della sua fede, finendo così per minare addirittura le certezze religiose dell’uomo di chiesa.

 

Pálmason, autore anche della sceneggiatura, quasi elimina il ruolo dei dialoghi, specie durante il viaggio di avvicinamento al villaggio, e affida a lunghe inquadrature fisse il racconto dello «scontro» tra l’ambizione di Lucas (che vuole ridurre tutto a pure forme estetiche, a «belle immagini») e l’imprendibile forza della Natura, invitando lo spettatore a ritrovare la forza del cinema delle origini (anche il formato è quello «quadrato») e della sua missione — registrare la realtà e la sua forza ontologica — come per liberare gli occhi dalla quotidiana frequentazione con immagini generate artificialmente. Qui di «artificiale» non c’è più nulla, persino le riprese hanno rispettato la progressione cronologica del film, per cercare anche nella recitazione il riflesso di quella lotta di fronte a cui Lucas non potrà che soccombere.

 

E infatti, quando arriva al villaggio il prete è privo di sensi, in fin di vita, costretto al «risveglio» a fare i conti con un se stesso cambiato, segnato nel profondo da quel lungo viaggio che ha messo in crisi la sua fede. È adesso che i temi di fondo del film, tenuti sottotraccia fino ad ora, emergono: la perdita di senso della missione religiosa (davanti alla chiesa in costruzione i fedeli ballano e festeggiano, come in «Sfida infernale», ma una volta terminata Lucas non vi pronuncerà mai un sermone), le tentazioni dell’altro sesso (incarnato dalle due figlie dell’uomo che lo ospita), la scoperta della forza fisica e del gusto di vincere (nel rito della lotta durante la festa) e soprattutto il peso delle due lingue attraverso cui il prete cerca di comunicare: il natio danese e l’ostico islandese, i cui valori si ribaltano se la prospettiva diventa quella dei locali («il danese che dovevo parlare la domenica era una lingua orrenda, ti strozza la gola» dice la guida che ha condotto Lucas fino al villaggio e che scatenerà tutte le rabbie represse del sacerdote).

 

Mentre il film ritrova la forza che vivificava tanti western, quella dello scontro tra un uomo che vuole dominare la realtà e una Natura che lo obbliga alla resa.

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