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Angeli perduti - Fallen Angel di Wong Kar-wai

Rassegna: Una questione di stile - Il Cinema di Wong Kar Wai in versione restaurata

FILM / RASSEGNE



17—20 giugno 2021

(Duoluo tianshi; Hong Kong, 1995; 90'; v. or. sott. it.)
Con con Leon Lai, Karen Mok, Michelle Reis


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informazioni

Due storie solo apparentemente parallele nella notte di Hong Kong. Da un lato il rapporto tra il killer Ming e la partner Agent (puramente professionale per il primo, morbosamente passionale per la seconda), dall'altro le vicende tragicomiche di Ho, un muto che vive di espedienti e cerca l'amore. Fallen Angels recita il titolo originale, ovvero angeli "caduti" e non "perduti", come vuole la banalizzazione del titolo italiano.

 

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Se si dovesse definire, circoscrivere in qualche modo il piacere della visione si rimarrebbe in silenzio, o si direbbero sciocchezze. Perché il piacere della visione di un film è talmente complesso, legato a molteplici fattori, che non necessariamente rimanda soltanto a ciò che vediamo sullo schermo. I nostri umori, la poltrona dove ci sediamo, l’impianto dolby, gli spettatori che ci sono vicini, ecc.. tante sono le variabili che influiscono sul nostro percepire un film… Eppure in vari modi ognuno di noi riesce a trovare dei segnali, dei percorsi personali, dei segmenti vitali che ci permettono di inseguire un certo modo di fare cinema, che ci fa annoiare o disgustare di fronte a certi prodotti (il cinema italiano! Oppure le produzioni medie hollywoodiane di quest’anno, tipo Copycat, Il giurato o altra robaccia simile) o che ci fanno letteralmente adorare altre visioni (Eastwood, Friedkin, Mann, Bigelow, Loach, Van Sant, Carpenter, Lee, Gilliam, ecc...).
Ma il cinema di Wong Kar-Way è altro ancora. È davvero qualcosa che va oltre il “semplice” piacere del cinema (e dello spettatore). È il cinema che si fa “piacere” allo stato puro. Può un film, un regista, piacere al di là di tutti i discorsi possibili, anche e soprattutto perché ha uno stile inconfondibilmente “bello”? Ok lo so che è strano e forse anacronistico in epoca post-strutturalista, post-semiotica e post-moderna mettersi a parlare di un estetica del “bello”, eppure, come di fronte agli occhi della persona che ami, tutte le coordinate interpretative, le categorie di pensiero, le logiche, ecc... insomma tutto salta.
Con questo regista honkonghese siamo di fronte, e lo diciamo oggi nel 1996, con tutte le possibilità di essere smentiti nei prossimi anni e di rimediare una bella “figuraccia critica”, al cineasta più originale e innovativo dell’intero cinema mondiale. Il suo stile sgrammaticato, le sue immagini nervose, rallentate, fluttuanti, rappresentano meglio di ogni altre il senso di sgretolamento, di angoscia, solitudine e voglia di vivere degli uomini (e delle donne!) contemporanei.
Ciò che più stupisce in Wong Kar-Way è questa autentica “moralità” della messa in scena. Nessuno riesce a “chiudere” le sequenze come lui. In As Tears go By (ma sequenze analoghe ci sono in tutti i suoi film) spinge un carrello in primo piano su un volto che viene letteralmente “saltato” dalla mdp, che poi gira su se stessa e mostra in un totale i due protagonisti che si incontrano. Oppure, al contrario, dai due protagonisti in totale con un carrello avanti sino al primo piano della ragazza, cioè un addio; ma anche qui la mdp va oltre il volto, lo supera, le è dietro e in lontananza si vede anche l’altro: entrambi ritornano (rimangono) nel quadro. Perché Wong Kar-Way ama a tal punto i suoi personaggi da volerli tenere insieme più della storia stessa.
Hong Kong Express ci aveva sbalordito, con quelle storie parallele, che solo per un attimo si sfioravano, con quegli sguardi insieme colpevoli e innocenti dei suoi personaggi, persi, naufraghi nel loro mondo, eppure “vivi”, come raramente ci capita di vedere nel cinema di oggi. E Fallen Angels è invece un’illuminazione, una folgorante visione. Seguito ideale del film precedente, o meglio parte integrante eppure diversa, questa volta Kar-Way non sceglie la via dei due episodi vicini eppure separati, due storie ai confini, con gli attimi che si sfiorano. Qui Killer e Agent, Ho, la bionda e Cherry si intrecciano ed intersecano per tutto il film. Le storie non si sfiorano più: si toccano, mescolano, contaminano, quasi inconsapevolmente. Nessun cineasta riesce a dare una idea di narrazione come “flusso” come Wong Kar-Way. Flusso narrativo, flusso esistenziale, flusso visivo. Il film è come un fiume, che scorre ora delicato ora impetuoso per le sue sponde infinite.
La metropoli, i neon notturni, Hong Kong. La città come luogo deputato all’intrecciarsi delle storie, dei percorsi esistenziali delle solitudini. Non ricordiamo un’immagine diurna di Fallen Angels, perché le creature che animano le storie di questo film sono anime notturne, angeli della notte che vagano con le loro disperazioni urbane. Un killer di professione, a cui non piace dover pensare, organizzare, ecc... tutto gli è già organizzato dalla sua donna Agente, che gli confeziona i “pacchetti”, lui deve solo andare lì, fare fuoco e uccidere tutti. Mai si era visto tanto “distacco” emozionale nel descrivere il lavoro di un killer. Non sono corpi che muoiono quelli che egli crivella di colpi di pistola, ma semplici bersagli, il suo non appare un orrendo crimine, ma semplicemente un “lavoro”, come quello di un impiegato, che svolge con estrema cura e precisione. Non è cinismo, mancanza di rispetto per le vite umane. Egli è un killer perché la storia necessita di un personaggio così. E la non-storia d’amore tra Killer e la sua Agente ha senso proprio in un contesto di tale “durezza”, di tale crudeltà di vita quotidiana. Si uccide, si organizzano stragi, ma quel che conta sono i sentimenti che i due protagonisti provano. Mai mescolare il lavoro con i sentimenti, ed è dura quando questo avviene. Killer “abbandona” il suo lavoro e la sua donna Agente, e si perde con una ragazza bionda incontrata per caso.
È curioso questo mescolarsi del lavoro con l’amore. Quello di Wong Kar-Way è “necessariamente” un cinema dei sentimenti, ma i luoghi dove essi si esplicitano sono sempre quelli che passano attraverso il lavoro. Killer e Agent sono soci, Ho invece fa i lavori più strani e diversi, macellaio, gelataio, barbiere, ecc.. e incontra Cherry proprio durante uno di questi suoi lavori. E Cherry è a sua volta persa dietro al suo uomo, che ormai l’ha lasciata per un altra donna. Ed ecco che insieme si mettono alla ricerca di questa Blondie, e questa ricerca per un attimo li unisce, e li mette vicino vicino. Ma più si avvicinano tra loro i personaggi dei film di Kar-Way, più si allontanano definitivamente. Killer e la bionda passano notti insieme in albergo, ma alla fine rimangono sempre due solitudini. Killer torna da Agent solo per morire, e paradossalmente è proprio la ragazza bionda a combinare il loro incontro. Ho e Cherry alla fine si perdono, lei non ha saputo rinunciare al suo primo amore e Ho rimane nel suo mutismo folle, che gli è venuto dopo aver mangiato una confezione di ananas scaduta (se vogliamo è un gioco/rimando al primo episodio di Hong Kong Express, ma in verità tutto il film è un continuo gioco/rimando con i suoi precedenti film, ma mai forzati, mai allusivi, mai autoreferenziali).
Ma quello che realmente conta in queste storie che si incrociano, che si intersecano tra loro è la comunicazione. Che ormai è “deviata”, i corpi utilizzano altri strumenti per comunicare. E i messaggi arrivano attraverso un fax, il telefono, il juke-box, oppure tramite una videocamera. Tutti strumenti in cui la freddezza della comunicazione, teoricamente, dovrebbe prevalere. Eppure, rovesciamento totale, questi strumenti emanano un “calore comunicativo” inusuale. Pensiamo alla canzone nel juke-box che Killer lascia ad Agent (“Forget Him”), per comunicargli il suo abbandono, oppure alle sequenze girate con la videocamera da Ho, che riprende ossessivamente il padre, prima scocciato dal gioco del figlio e poi, di notte, sorpreso a commuoversi di fronte a quelle buffe immagini. Immagini che avranno tutt’altro “sapore” emozionale al momento della morte del padre di Ho. Allora, immediatamente, diventano documento, memoria, qualcosa che ci apparteneva e che oggi non c’è più.
La violenza che circonda le storie parallele del film è solo “ambiente”, è il quadro, la scenografia, il “contorno vitale” delle esistenze dei vari personaggi. Che non sono mai “schematici” o fintamente profondi, ma sono terribilmente dialettici, complessi, ambigui e sfaccettati. Ma soprattutto “vitali”, corpi desideranti alla ricerca di un proprio sogno. Perché in definitiva è questo il cinema di Wong Kar-Way, un tentativo costante, una ricerca continua del desiderio, un lungo rincorrere il proprio sogno (perduto). In questa sua ricerca egli si avvicina a tal punto ai personaggi, con un uso straordinario del grandangolo come categoria espressiva, vicinissimo ai corpi che però ci appaiono lontani, con le loro anime disperate, irraggiungibili, eppure così uguali a noi. “Voglio vedere i personaggi da lontano pur essendo molto vicino a loro” dice Wong Kar-Way, ed esprime qui tutta la concretezza del suo “cinema dei desideri”. Che sono per tutto il film frustrati, inappagati, infranti ma sempre e comunque ricercati, utopicamente e assolutamente voluti. E la ricerca è sempre quella, finale, della felicità. Nel finale Agent è sola in una bar e una rissa le fa da contorno, ma non la scuote dai suoi pensieri. Ho che era parte della rissa ne esce malconcio, ma ottimista, come sempre. Un passaggio in moto, una corsa nel fresco della notte della metropoli. Per lei, per loro, un attimo breve, infinito, di felicità. Questo si che è un cinema “eticamente corretto”! (
Federico Chiacchieri, Cineforum n. 354, maggio 1996)

 

Spettacoli

giovedì 17: ore 21.15 - v. or. sott. it

venerdì 18: ore 18.15 -  v. or. sott. it

sabato 19: ore 18.15 - v. or. sott. it

domenica 20: ore 21.00 - v. or. sott. it


Rassegne


Dove
Cinema - Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci

Viale della Repubblica, 277, Prato 


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domenica 20: ore 21.00 - v. or. sott. it



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