Michel Poiccard ruba un'automobile a Marsiglia e poi uccide un poliziotto che lo stava inseguendo. Arriva a Parigi e rivede Patricia, una studentessa americana di cui è innamorato e con cui vorrebbe condividere la sua vita spericolata. Intanto le forze dell'ordine gli danno la caccia e lui capisce che gli stanno alle costole dopo che la sua foto compare su "France Soir". Cerca così di fuggire cercando di portare con sé la ragazza in Italia. Patricia però decide di non seguirlo e alla fine lo denuncia alla polizia.
Il manifesto della Nouvelle Vague, un film immortale che ha segnato una svolta nella storia del cinema. Miglior Regia al Festival di Berlino 1960.
"Ci sono film nella storia del cinema che segnano una svolta decisiva e restano immortali. Fino all'ultimo respiro è uno di questi.
Considerato il manifesto della Nouvelle Vague, realizzato un anno dopo I 400 colpi, Hiroshima mon amour e Il segno del leone, nato da un soggetto di François Truffaut, ha messo in gioco tutta la passione cinefila dei critici dei Cahiers du Cinéma passati dietro la macchina da presa (oltre Godard, anche Truffaut, Rohmer, Chabrol e Rivette) e la loro ribellione alle regole e alla tradizione. Jean-Paul Belmondo, con cappello in testa, sigaretta e occhiali da sole già è un'icona, così come Jean Seberg con la maglietta bianca con la scritta "New York Herald Tribune" e le copie del giornale in mano. La loro immagine può essere immortalata in un film, in una foto, in un dipinto, raccontata in un libro, essere al centro di una canzone. Per questo ogni visione di Fino all'ultimo respiro ha lo stesso effetto di quando si va a rivedere una mostra di Picasso o un concerto dei Rolling Stones dove si aspetta che cantino I Can't Get No (Satisfaction) o You Can't Always Get What You Want.
Per il primo lungometraggio di Godard avviene la stessa cosa. Ci sono delle battute che diventano come una canzone che negli anni è ancora più bella: "Se non vi piace il mare, se non vi piace la montagna, se non vi piace la città...". Entrano in gioco l'amore per il noir e il poliziesco americano nella vicenda anche nella destrutturazione del genere, nell'inseguimento disperato e romantico di Michel che per sfuggire alla polizia si fa chiamare László Kovács che è lo stesso nome del personaggio interpretato da Belmondo in A doppia mandata di Chabrol e, profeticamente, quello di uno dei più importanti direttori della fotografia della New Hollywood.
Ci sono Preminger (il manifesto di Il segreto di una donna con Gene Tierney e Richard Conte) e soprattutto Bogart con la locandina di Il colosso d'argilla che è proprio l'ultimo film del grande attore statunitense e che in Fino all'ultimo respiro è anche fantasma che accompagna il protagonista verso la morte.
Poi c'è il linguaggio rivoluzionario: gli sguardi in macchina di Michel e Patricia che creano una sospensione narrativa e, idealmente, vogliono far entrare dentro il film lo spettatore con cui dialogano; l'utilizzo della luce naturale della fotografia di Raoul Coutard; i jump-cut, irregolare stacco di montaggio nella parte centrale dell'inquadratura; il dialogo in una stanza dei due personaggi principali che potrebbe proseguire all'infinito.
È stato realizzato 66 anni fa, poteva essere girato anche ieri. Una danza dove entrano in gioco citazioni dirette, dalla ragazza con i Cahiers du Cinéma a Le palme selvagge di Faulkner, al disco di Bach alla musica di Mozart. Compaiono il regista Jean-Pierre Melville nei panni dello scrittore Parvulesco e lo stesso Godard, improvvisa apparizione hitchcockiana, nei panni di un passante che ha riconosciuto Michel e fa la spia alla polizia. Si può continuare a fare critica cinematografica anche dopo che si è diventati registi. E viceversa. Per questo Fino all'ultimo respiro resterà per sempre libero e rivoluzionario, con Godard che ha lo stesso impatto di una rockstar". (Simone Emiliani)
