Passaggi: di mano in mano è il tema guida della programmazione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci nel 2026, dopo Costruire Comunità nel 2025 e La Toscana al Centro nel 2024.
Il titolo costruisce la cornice concettuale e propone un modo di intendere l’istituzione come spazio di relazione, trasmissione e trasformazione: un luogo dove ritrovarsi, condividere e creare culture insieme. Il tema si ispira all’opera La grande mano di Adelaide Cioni, esposta all’ingresso del Centro. Il gesto che accoglie chi entra al Museo è, allo stesso tempo, saluto e invito, ma anche celebrazione della storia delle manifatture tessili che hanno segnato l’economia e la società di Prato e reso possibile, attraverso i Soci Fondatori, la nascita dell’istituzione. In una fase storica dominata dall’immaterialità digitale, la mano richiama inoltre l’importanza del tatto e del contatto, riportando al centro la dimensione sensibile dell’esperienza.
“Di mano in mano” è una formula che tiene insieme la concretezza degli scambi e la circolazione delle idee: il riuso di oggetti e materiali appartenuti ad altre persone, le donazioni e i doni, i passaggi di conoscenze tra generazioni e tra campi del sapere, dalle ricerche alle manifatture.
La programmazione 2026 traduce questa visione in un palinsesto che guarda alla Toscana e a Prato come laboratori delle culture contemporanee, arricchiti da continui attraversamenti in territori complessi e in costante trasformazione. In questa prospettiva, il Centro Pecci si apre alle 115 nazionalità presenti in città e si prepara ad accogliere venti giovani artiste e curatrici che, grazie al bando FSE della Regione Toscana, daranno vita nel 2026 a una festa diffusa della creatività a Prato e nelle altre sedi regionali del progetto.
Il tema coinvolge anche l’architettura stessa del Centro Pecci, pensata come esperienza di continui passaggi tra le mostre, le sale, i luoghi e le attività, in un movimento mai interrotto e in costante ampliamento. Nel 2026 riapriranno la biblioteca e il teatro esterno, rafforzando ulteriormente il Centro come spazio pubblico di incontro e condivisione.
L’anno segna, inoltre, l’avvio del percorso di avvicinamento alle celebrazioni dei quarant’anni del Centro Pecci, mantenendo viva l’apertura verso la città di Prato, chiamata sin da ora a condividere la preparazione dei festeggiamenti e a individuare, insieme al Centro, le molte strade e i tanti passaggi che portano, dalle direzioni più diverse, a Viale della Repubblica.
Le mostre, la collezione e l’archivio costituiscono la spina dorsale delle attività del Centro Pecci. Il palinsesto espositivo si apre a fine maggio con la celebrazione della donazione di Carlo Palli, che ha deciso di lasciare al Centro Pecci e alla città di Prato un importante nucleo della propria collezione.
Rotte. Arte di rottura dalla donazione Carlo Palli
propone un viaggio attraverso personalità e pratiche che hanno segnato alcuni momenti di discontinuità nell’arte della seconda parte del Novecento. In contemporanea,
Verita Monselles. Carnale
è la prima mostra, dopo oltre vent’anni, dedicata a una fotografa che ha attraversato moda, teatro e arte tra gli anni Settanta e Novanta, con uno sguardo erotico e carnale sul corpo.
A settembre,
Lorenza Longhi. Villa Delizia
conduce nelle visioni di una delle artiste italiane più seguite a livello internazionale, che qui si confronta con i tessuti e con le dinamiche dell’organizzazione del lavoro attraverso la dimensione conturbante del kitsch. L’autunno si chiude con due personali dedicate ad Alex Ayed, artista franco-tunisino, e a Karen Kilimnik, artista americana, entrambi capaci di trasformare elementi del quotidiano in opere spettacolari e potenti. Ayed sviluppa una ricerca ispirata ai viaggi in solitaria per mare: le sculture e le installazioni, prodotte appositamente per il Centro Pecci, guardano al Mediterraneo, alle tradizioni artigianali e al riutilizzo di materiali organici e inorganici riassemblati in forme evocative.
Karen Kilimnik. Cadabra
ripercorre, attraverso installazioni, dipinti, fotografie e disegni, il lavoro di un’artista che dagli anni Novanta a oggi ha assunto l’arte come filtro magico per rileggere il glamour e il tragico della cultura statunitense.
