Thomas Mann torna in Germania con la figlia Erika dopo l'autoesilio negli Stati Uniti e l'attraversa per un ciclo di conferenze su Goethe passando dalla Germania Ovest alla Germania Est in un alternarsi di apprezzamenti e recriminazioni nei suoi confronti. Pawlikowski aggiunge una nuova riflessione al suo percorso di indagine sul rapporto tra l'uomo e la Storia.
Premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes 2026
"In un film breve, chiuso, abbagliante, Pawlikowski fa della questione Mann il grande processo all’umanesimo europeo, alle sue colpe storiche e alle sue rovine. [...] Siamo nel 1949. Mann (un monumentale Hanss Zischler) torna in Germania per la prima volta dopo sedici anni di esilio in California. L'occasione è il Premio Goethe, che la città di Francoforte - americana, occidentale - gli conferisce il 25 luglio, in coincidenza con il bicentenario della nascita del poeta nazionale. Ma Mann non si fermerà a Francoforte. A bordo di una Buick attraverserà la linea di demarcazione tra i due mondi nati dalle ceneri del Reich e riceverà lo stesso premio a Weimar il 1° agosto, nell'altra Germania, quella sovietica. La decisione di onorare entrambe le Germanie senza sceglierne una fu, all'epoca, politicamente esplosiva. Gli intellettuali occidentali, primo tra tutti Walter von Molo, lo avevano già scongiurato di non tornare affatto, di non legittimare con la sua presenza il regime di Ulbricht. Ma lo scrittore era ancora quello che, dieci anni prima, aveva dichiarato ai giornalisti americani: «Dove sono io, là è la Germania». Non era arroganza ma fedeltà assoluta alla Kulturnation che trascendeva ogni frontiera politica. [...] Nello stesso splendore rarefatto di Ida (2014) e Cold War (2018), Łukasz Żal fotografa la Germania del 1949 come un paesaggio di anime in viaggio, né vive né morte. Rovine non ancora rimosse, campagne sopravvissute a sé stesse, cieli opprimenti e aperti nella stessa inquadratura. Il mondo di Fatherland, con cui il regista polacco torna alla storia europea come a un luogo irrisolto, sembra sospeso tra incarnazione e sparizione. I volti emergono dalla penombra come icone del purgatorio. La Buick nera è un confessionale mobile. Pawlikowski misura lo spazio filmico con metro spirituale. Tutto è paesaggio interiore. La bellezza spoglia, il male in leggero rilievo". (Gianluca Arnone)
