Per la terza edizione della rassegna di mostre mensili di giovani artisti scelti e presentati da giovani critici, Alessandro Tempi introduceva una serie di installazioni di Franco Ionda (Firenze, 1946).
Informazioni sulla mostra
Informazioni sulla mostra
Di base a Prato, Ionda si era formato tra gli anni Settanta e Ottanta all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Dopo una breve stagione figurativa, era approdato a un linguaggio astratto, lirico-espressionista, che successivamente si era concentrato su strutture geometriche in metallo e superfici lavorate con diverse tecniche e materiali. A partire dalla metà degli anni Ottanta, Ionda aveva esposto le sue opere in numerose mostre personali in Italia e all’estero, tra cui quelle alla Gallery De Gryse di Tilt (1986), allo Studio Castalia di Firenze e Torino (1986), presso 101 Studio d’Arte Contemporanea a Firenze (1989), alla Galerie An Der Fabrik di Spytal am Phyrm (1990) e al museo di Bochum (1990). A quel punto, era arrivato l'invito al Centro Pecci per prendere parte, con una piccola esposizione personale, alla rassegna Carta Bianca.
L'artista aveva realizzato una serie di installazioni site specific, portando avanti la sua indagine sul simbolo della stella. La mostra era introdotta, lungo il corridoio che portava allo spazio espositivo, dall'installazione Zona franca (1992), poi donata al Centro dall'artista: cento grandi chiodi in legno e alluminio, derivati dall'immagine della stella cadente, trasformata in angoscioso simbolo industriale e rimando a una possibilità di riscatto individuale. L'artista, inoltre, aveva esposto una fotografia modificata del Centro, in cui le grandi colonne dell'edificio disegnato da Italo Gamberini (Firenze, 1907-1990) erano trasformate in chiodi. All'interno della sala espositiva vera e propria erano invece presentate varie opere e installazioni, tra cui un lavoro dedicato direttamente alle stelle, riprodotte in scala ridotta in alluminio, metallo fuso e anche con delle fotocopie. L'artista, inoltre, ricordava la presenza di un lavoro dedicato ai migranti albanesi, sbarcati a Bari dalla nave Vlora nell'agosto del 1991.
Testo di: Giorgio Di Domenico
