Pensata come un "teatro della memoria" caratterizzato da un intervento radicale e senza precedenti sul percorso espositivo del Centro Pecci, la personale di Marco Bagnoli (Empoli, 1949), costruita attorno a opere realizzate dalla metà degli anni Settanta e da nuove produzioni commissionate per l'occasione, fu la quarta e ultima mostra organizzata sotto la direzione di Antonella Soldaini.
Informazioni sulla mostra
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Bagnoli era già stato tra i protagonisti nel 1988 della mostra inaugurale Europa Oggi e, a seguito dell'acquisizione del lucernario Città del sole (1988), era stato incluso in varie rassegne dedicate alla collezione del Centro. Dopo aver esordito a metà degli anni Settanta e aver collaborato con alcune delle più importanti gallerie italiane, aveva tenuto mostre personali in grandi istituzioni europee, tra cui il Centre d'Art Contemporain di Ginevra (1985), il Musée Saint Pierre di Lione (1987), Magasin a Grenoble (1991) e il Castello di Rivoli (1992).
Come chiariva il comunicato stampa che annunciava la mostra, essa era «concepita come un "libro" in cui il movimento delle pagine è sostituito da quello fisico dell'osservatore-lettore»; infatti, «l'esibizione prevede un percorso visuale alternativo a quello tipico del Museo. Sarà possibile entrare negli spazi espositivi da due diversi punti in modo tale che la dimensione psicologica di un percorso lineare, segnato da un inizio e una fine, venga perso. Contemporaneamente tre delle sale del Museo saranno rese inaccessibili, pur rimanendo "aperte allo sguardo del pubblico».
Lo spettatore poteva accedere alla mostra sia dalla prima, sia dall'ultima sala. Attraversata la prima parte del percorso, si trovava però davanti alle tre sale centrali visibili, ma inaccessibili. Era dunque costretto a tornare indietro, uscire da dove era entrato e riaccedere alla mostra dall'estremità opposta del percorso. L'esperienza psicologica e di confronto con le opere era dunque complicata e rallentata, in un continuo tornare sui propri passi che condizionava la visita.
Come dichiarò Bagnoli, la scelta derivava dalla sua esperienza diretta delle sale del Centro: «In partenza ho avuto come punto di riferimento della mostra la pianta del museo, ed essa ha creato un primo momento di interesse [...] Guardando la pianta del museo, e percorrendolo, mi sono accorto invece che la pianta non rispettava la realtà fisica dello spazio. Stranamente era impossibile trovare il centro. Ho cercato dunque di indicarlo, anche se non in maniera perentoria, nel punto dove ho posto Come figura d'arciere. Sta un po' all'osservatore ricomporre l'unità che non gli è immediatamente offerta, e che deve avvenire nella sua mente».
Il primo percorso, quello che prendeva avvio dall'ingresso canonico del Centro, permetteva di esplorare tre sale. La prima era introdotta dal monogramma IO X TE (1992), in italiano e in sanscrito, affiancato alla canonica banda rossa, che stabiliva un rapporto col visitatore. Nella stessa sala era presentato il Progetto per L'arciere (1994-1995), scultura che poi il visitatore avrebbe potuto scorgere nella quinta sala, inaccessibile. La sala successiva ospitava un'installazione composta da tegole in terracotta invetriata realizzata per l'occasione, Occhio ipogeico (1995), e, appesi alle pareti, gli specchi parabolici in acciaio e rame di Janua Coeli (1987-1988). La sala successiva, ultima accessibile di questo percorso, ospitava una selezione di sculture in pietra, alabastro, legno, ceramica, bronzo e mercurio tutte dedicate alla riflessione sul tempo.
La prima delle tre sale inaccessibili, ma su cui era possibile affacciarsi, ospitava Modello per Altare (1994) realizzato per la Basilica di San Miniato al Monte. Specularmente, la terza di queste sale ospitava il Modello per Fonte Battesimale (1994). Nella sala centrale, come anticipato, era collocata, visibile solo di sguincio, la scultura in alabastro e rame Come figura d'arciere (1993), affiancata alla Città del Sole (1988) già nella collezione del Centro.
Per iniziare il percorso opposto era necessario uscire e attraversare il cortile del Centro. Qui, davanti all'anfiteatro, era allestita l'opera Tenda Magnete e Campo (1975). Nella prima sala era presentata, sospesa a mezz'aria, la mongolfiera in bambù Sale (1995). Nella sala successiva il visitatore era invitato a disegnare il suo percorso individuale attorno ai sessantaquattro elementi in legno e pietra serena di Metrica e Mantrica (1984). La terza sala era occupata dall'installazione La Parola (1991): uno spazio cubico accessibile, al cui interno era allestito un labirinto che, se visto dall'alto, formava una parola inattingibile dal visitatore. La quarta sala, ultima tra quelle accessibili di questo percorso, ospitava sette affreschi staccati ispirati alla Legenda Aurea (1260-1298) di Jacopo da Varagine: Sette Dormienti (1983-1984).
Recepita positivamente dalla critica, la mostra venne elogiata soprattutto per il carattere sperimentale del percorso espositivo, riflesso anche nella struttura del catalogo, vero e proprio libro d'artista. Sotto la nuova direzione di Bruno Corà la mostra, la cui conclusione era inizialmente prevista per il 15 gennaio 1996, venne prorogata sino al 22 gennaio.
Testo di: Giorgio Di Domenico
