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Paolo Canevari. Nobody Knows

  • Direzione museale: Marco Bazzini

  • A cura di: Germano Celant

Artiste/artisti

Opere entrate in collezione

Paolo Canevari, Nobody Knows, 2010

Paolo Canevari, Senza titolo, 2010

Catalogo

Germano Celant, Paolo Canevari, Electa, Milano 2010, 308 pp., 9788837076030, testi di Germano Celant, Paolo Canevari

Rassegna stampa

Camilla Bernacchioni, Il Centro Pecci pensa in grande, «Corriere di Prato», 6 marzo 2010, p. 9

Riccardo Tempestini, Seduto per un'ora sul pallone gigante di legno. Canevari sbarca al Pecci, «Il Tirreno - Prato», 20 marzo 2010, p. 5

Simona Maggiorelli, La bellezza amara delle creazioni di Canevari, «Terra», 20 marzo 2010, p. 7

Gianni Caverni, Le opere al nero di guerra e religione create da Canevari, «l'Unità - Firenze», 21 marzo 2010, p. 9

Silvia Tozzi, Sculture di gomma, «Firenze Spettacolo», marzo 2010

Nicoletta Cobolli, Canevari al Pecci. Tra mondi neri e video di guerra, «Arte», maggio 2010, pp. 44-45

Laura Brignoli, Paolo Canevari - Nobody Knows, «Ovo», 5, maggio 2010

Gianluca Marziani, Rose o pneumatici? Le magiche sculture di Canevari al Pecci di Prato, «Corriere della Sera Style», giugno 2010, p. 28

Matteo Innocenti, Paolo Canevari, «Exibart.Onpaper», giugno 2010

Ginevra Bria, Paolo Canevari, «Espoarte», luglio 2010, p. 137

Francesca Nicoli, Paolo Canevari, «Arte e Critica», agosto 2010, p. 96

Francesca Pietropaolo, Art is a Political Opportunity: Paolo Canevari with Francesca Pietropaolo, «The Brooklyn Rail», 6 settembre 2010 (online)

Risorse correlate

Ginevra Bria, Paolo Canevari, «Espoarte», luglio 2010, p. 137

articolo

Paolo Canevari. Nobody Knows, invito, 20 marzo 2010

fronte
interno 1
interno 2

Con un curatore d’eccezione come Germano Celant (Genova, 1940 - Milano, 2020), la grande retrospettiva documentava diciotto anni della carriera di Paolo Canevari (Roma, 1963), uno dei protagonisti dell’arte italiana nel passaggio tra gli anni Novanta e i Duemila.

Informazioni sulla mostra

La mostra segnava il ritorno di Canevari al Centro Pecci, dove aveva già esposto nel 1992, neanche trentenne, all’interno di Small Medium Large. Lifesize, la collettiva organizzata al termine del primo corso per curatori. In quell’occasione l’artista aveva presentato la grande installazione Io sono qui, il cui elemento centrale, Ombra (1992), era poi entrato nella collezione del Centro ed era stato esposto in varie presentazioni della permanente, tra cui quelle del 1992, del 2000 e del 2008.

Formatosi al Liceo Artistico e all'Accademia di Belle Arti di Roma, alla fine degli anni Ottanta Canevari si era trasferito a New York, dove aveva lavorato come assistente degli artisti Nam June Paik (Seul, 1932 - Miami, 2006) e Robert Yarber (Dallas, 1948). Nel 1989 aveva debuttato alla Wessel O’Connor Gallery con l’installazione Rocce. L’anno successivo era stato incluso nella rassegna Being There – Being Here. Nove prospettive nella nuova arte italiana, allestita a Los Angeles dalla critica Alessandra Mammì. Erano quindi seguiti l'invito a Small Medium Large. Lifesize e l'avvio di una carriera internazionale, con mostre e progetti personali, tra gli altri, al Palazzo delle Papesse a Siena (2001), al MoMA PS1 di New York (2004), al MART di Rovereto (2006) e al MACRO di Roma (2007). Aveva partecipato, inoltre, alla Quadriennale di Roma del 2000, alla Biennale di Liverpool del 2004, alla Whitney Biennial del 2006 e alla Biennale di Venezia del 2007. Basato a New York, Canevari era stato a lungo legato sentimentalmente all'artista Marina Abramović (Belgrado, 1946), riconoscibile in numerose fotografie di allestimento della mostra.

In occasione dell’apertura della mostra, l’artista aveva realizzato la performance Nobody Knows (2010), in cui era rimasto seduto per ore sulla scultura omonima: una grande sfera coperta di battistrada di pneumatici. Utilizzati dall'artista sin dagli anni Novanta, gli pneumatici erano tra i suoi materiali più riconoscibili: non a caso, erano tra i protagonisti della mostra. Tornavano, ad esempio, nella scultura Jesus (1999), in cui un pneumatico rotondo era sorretto da un crocifisso ligneo del Settecento, nei vari Colosseo (2001) ricavati da pneumatici intagliati, nel podio da impiccagione Hanging Around (2008) e nell'installazione ThANKS (2009), già presentata alla galleria Christian Stein e composta da piccoli carrarmati di gomma. Il tema della guerra e dei conflitti tornava in numerose delle opere esposte: un'intera sala, oscurata e dipinta di nero, era stata dedicata a Little Boy (2009), una replica grande al vero di una bomba atomica, coperta da piccoli specchi, a imitazione di una sfera da discoteca. Centrale era anche il tema della religione, affrontato sia sul piano iconografico, sia su quello delle possibili, varie declinazioni della parola "God": sempre legato agli pneumatici all'interno della parola "Godyear", oppure legato all'immagine del cane, tramite l'anagramma inglese "dog".

Nel settembre 2010, intervistato dalla storica dell'arte Francesca Pietropaolo per la rivista newyorkese «The Brooklyn Rail», l'artista aveva chiarito il senso del suo ricorso sistematico allo pneumatico: «Pensavo che sarebbe stato un materiale difficile da inserire in un contesto estetico, data la sua presenza capillare nella vita quotidiana. È stata proprio questa sfida a stimolarmi. Volevo realizzare oggetti che potessero essere concettualmente e visivamente poetici con un materiale che non lo è. Ho scelto il pneumatico perché è la quintessenza della modernità: dopotutto, l’invenzione della ruota ha segnato il passaggio dal primitivo al moderno. Il pneumatico non è solo un simbolo di quel passaggio, in quanto immagine della ruota, ma anche della modernizzazione e della globalizzazione ante litteram avvenuta nel XX secolo: evoca la grande industrializzazione e l’inquinamento che essa ha causato. Allo stesso tempo suggerisce che il materiale stesso sia “naturale”, nel senso che ha avuto origine in una foresta e finisce per essere, in un certo senso, vittima di sé stesso, poiché si trasforma in un agente inquinante della natura».

Ampio spazio era dedicato anche alla pratica grafica dell'artista, con grandi disegni su carta e incisioni, tra cui la serie Decalogo (2008) e una suite di disegni incisi su lastre di marmo nero del Belgio. La mostra si chiudeva con una selezione di video dell'artista, tra cui Bouncing Skull (2007) con un bambino che palleggia un teschio sullo sfondo di una città devastata, Burning Dress (2008) con un vestito femminile che brucia e Three Hearts (2009) con l'artista che fa il giocoliere con tre cuori di maiale insanguinati.

Al termine della mostra l’artista donò al Centro la grande scultura di pneumatici Nobody Knows (2010) e l’acquaforte Senza titolo (2010).

Testo di: Giorgio Di Domenico