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Cento rubinetti che stillano in cento secchi

Artista: Costas Tsoclis

Anno: 1983

Tipologia: installazione

Tecnica: tubi, rubinetti, secchi, acqua

Dimensioni: ambientali cm

Provenienza: donazione dell'artista

Riferimento: 0215

Scheda dell'opera

Donata dall'artista a seguito della mostra personale curata da Giuliano Serafini al Centro Pecci all'inizio del 2000, Cento rubinetti che stillano in cento secchi è una grande installazione ambientale composta da un sistema idraulico che lascia gocciolare dell'acqua all'interno di cento secchi metallici.

All’installazione era dedicato ampio spazio all'interno del catalogo della mostra, dove era presentata con una datazione particolarmente ampia: 1977-1986. In quell’anno, infatti, l’artista aveva rappresentato la Grecia alla Biennale di Venezia presentando proprio un’installazione analoga, arricchita da interventi video. A quel cantiere operativo doveva risalire l'ideazione della versione poi donata al Centro Pecci, datata 1983. Si trattava degli anni in cui Tsoclis, formatosi nell'Atene dei primi anni Cinquanta e nella Roma della seconda metà del decennio, alternava soggiorno tra Atene e Parigi, dove si era trasferito stabilmente nel 1960. Soltanto nel 1985 l'artista avrebbe fatto ritorno definitivamente in Grecia, ricongiungendosi al paese natale. 

In una dichiarazione al giornalista veneziano Paolo Rizzi, apparsa sul quotidiano «La Provincia» il 13 luglio 1986, l’artista aveva chiarito l’origine dell’installazione presentata alla Biennale: «Penso che l’idea di questa scultura abbia cominciato a prendere corpo molti anni fa, quando, dopo un abbondante acquazzone, mi scoprivo affascinato dalle pozzanghere in cui si riflettevano il cielo, gli alberi, le case. In quei momenti pensavo a questo duplice aspetto dell’acqua, per un verso elemento reale, per un altro supporto provvisorio di immagini non sue, prese quasi a prestito dal mondo circostante. Ma non è solo questo motivo a farmi ritenere che la scultura abbia cominciato a prendere corpo in me nel passato: c’è anche la curiosità che, durante la costruzione di qualsiasi cosa, mi spingeva a seguire con lo sguardo la sistemazione provvisoria delle lunghe tubature esterne dall’andamento capriccioso, che finivano sempre con un rubinetto. E poi, l’acqua è ritmo, musicalità, che si ritrovano anche nella mia scultura quando non ci sono rumori attorno e i rubinetti sono regolati in un certo modo. Questi sono i motivi che mi hanno spinto a pensare a realizzare la scultura, entusiasmi e amori che mi porto appresso da sempre...»

Come ha scritto Stefano Pezzato nel catalogo della collezione approntato nel 2009, «L’installazione [...] si presenta come un intricato labirinto di tubi idraulici, rubinetti sospesi e secchi metallici con cui l’artista ha ingabbiato il flusso naturale dell’acqua. Il ritmo martellante dello stillicidio e il lento ma inesorabile riempimento dei recipienti al suolo diventano metafora del tempo (della vita) che scorre fino al raggiungimento del suo limite. L’opera si allarga quindi alla sfera psico-sensoriale dell’osservatore, che può specchiarsi sulla superficie d’acqua e seguirne il progressivo innalzamento. Il necessario intervento di svuotamento dei secchi, oltre a rappresentare la frattura e ripetizione temporale dell’intero processo (vitale), sottolinea anche la fatica a cui va incontro chi intenda opporsi all’inevitabile decorso della natura o, come fa Tsoclis, tenti di appropriarsi e intrappolare uno dei suoi elementi». 

Dopo essere stata inclusa in una presentazione delle nuove acquisizioni (2002) e in una presentazione della collezione allestita al Cassero Medievale di Prato (2002), l’opera non è più stata esposta. 

Testo di Giorgio Di Domenico

Bibliografia e sitografia

↓ Bibliografia sull'opera

XLII Esposizione Internazionale d'Arte La Biennale di Venezia. Arte e scienza. Catalogo generale, Biennale di Venezia-Electa, Venezia-Milano, 1986, p. 278

Stefano Pezzato (a cura di), Collezione permanente. Nuove acquisizioni, Gli Ori, Prato 2002, pp. 62-63, 78

Stefano Pezzato, scheda in Marco Bazzini, Stefano Pezzato (a cura di), Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato. La collezione, Giunti, Firenze 2009, pp. 124-125