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Metamorphoses

Artista: Jan Fabre

Anno: 1979

Tipologia: grafica

Tecnica: dieci disegni a china e matita su carta

Dimensioni: 20x14 (ciascuno) cm

Provenienza: acquisto presso l'artista

Riferimento: 0107

Scheda dell'opera

I dieci fogli a china e matita realizzati da Jan Fabre (Anversa, 1958) appena ventenne, un anno dopo la sua raccolta di esordio The Book of Insects (1975-1977),  furono acquistati dal Centro Pecci in occasione della personale dell’artista e regista belga, Jan Fabre. Questa pazzia è fantastica, curata da Antonella Soldaini nel 1994. 

In catalogo Antonella Soldaini segnalava come questo lavoro precoce, realizzato dall’artista appena ventenne, rappresentasse «una tra le opere più significative di Fabre», condensando nel titolo «il fulcro segreto di tutta la sua produzione».  Come aveva dichiarato l’artista, infatti, «Un disegno significa anche metamorfosi di segni che cambiano forma proprio come gli insetti. Una metamorfosi continuamente ripetuta, infinita, senza inizio, la sensazione di andare e venire senza un secondo di quiete, come il flusso e il riflusso del mare». Come rivelano i documenti d’archivio, non privi di scambi anche accesi tra Soldaini e Troubleyn, la compagnia teatrale dell’artista, il museo si trovava in una situazione economica complessa e non riuscì ad acquisire opere più significative, come era intenzione della direttrice. 

La riflessione sugli insetti e la metamorfosi non deve sorprendere. Fabre, infatti, era bisnipote di Jean-Henri Fabre (1823-1915), tra i più importanti entomologi della storia, noto anche al grande pubblico per i suoi monumentali Ricordi di un entomologo e per il diffusissimo testo divulgativo La vita degli insetti. Proprio alle tavole che illustravano i trattati scientifici del bisnonno l’artista sembra essersi ispirato anche per i dieci fogli di Metamorphoses. Come aveva scritto il critico Bart Verschaffel in un testo incluso nella monografia Costa&Nolan e poi ripubblicato all’interno del catalogo della mostra, «i primi disegni di insetti non documentano l’inizio di un percorso artistico. Sembrano uguali e contrari a lavori nuovi». Questo loro aspetto ciclico li riconnetteva indirettamente al loro stesso soggetto, quello delle metamorfosi: «Gli insetti non hanno ossa, sono tenuti insieme dal loro rivestimento esterno e, un certo numero di loro muta la propria forma. Disegnare non è altro che operare una metamorfosi: il movimento della mano diventa linea, la linea è una tenia, la tenia diventa retroterra, figura, segno. La linea diventa una trama, il corpo del ragno diventa una lampadina, una pallottola. I cerchi sulle ali della farfalla diventano, capovolti, gli occhi di un gufo». 

L’utilizzo della matita blu, abbinata in questo caso alla china, anticipava l’ossessione dell’artista per l’inchiostro blu, steso negli anni successivi utilizzando soprattutto comuni penne Bic. Come ricostruito da Stefano Pezzato, anche questa ossessione era legata al suo retroterra entomologico: «Jan Fabre si riferirà poeticamente e ritualmente all’idea “del tempo sospeso in bilico tra luce e tenebre che favorisce l’introspezione” evocata dal concetto di “Ora blu” coniato da Jean-Henri Fabre a proposito del momento liminare tra il termine della notte e il sorgere del giorno, in cui gli esseri viventi notturni lasciano spazio a quelli diurni e in cui nella natura tutto cambia e trapassa».

Testo di Giorgio Di Domenico

Bibliografia e sitografia

↓ Bibliografia sull'opera

Germano Celant (a cura di), Jan Fabre: arti & insetti & teatri, Costa&Nolan, Genova 1994

Stefano Pezzato, scheda in Marco Bazzini, Stefano Pezzato (a cura di), Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato. La collezione, Giunti, Firenze 2009, pp. 44-45