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Structural Psychodrama #3

Artista: Monica Bonvicini

Anno: 2017

Tipologia: installazione

Tecnica: scultura, poliestere, alluminio, MDF, intonaco, vernice, catena di metallo, gancio

Dimensioni: 440x630x28 cm

Provenienza: Acquisto, PAC2020, Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

Riferimento: 1494

Scheda dell'opera

Formatasi alla Hochschule der Kunste di Berlino, Monica Bonvicini (Venezia, 1965) esordisce nel 1991 con una mostra allestita al California Institute of the Arts. Nel 1999 è invitata da Harald Szeeman alla Biennale di Venezia, dove ottiene il Leone d’oro insieme a Bruna Esposito, Luisa Lambri, Paola Pivi e Grazia Toderi. L’anno successivo, il suo lavoro è incluso nella rassegna del Centro Pecci Futurama.

Sin dagli esordi, la ricerca di Bonvicini si concentra sulle implicazioni sociali, politiche e identitarie degli spazi architettonici. Attraverso interventi strutturali, il ricorso estensivo al video e l’utilizzo di materiali solitamente associati all’immaginario BDSM, Bonvicini pone in questione le convenzioni e i meccanismi di fruizione consueti degli spazi architettonici, sia pubblici, sia privati.

Nel 2017 l’artista avvia una serie di installazioni titolate Structural Psychodrama. Agendo a livello strutturale, Bonvicini idea e assembla situazioni architettoniche ispirate allo psicodramma, il metodo d’azione ideato nella Vienna degli anni Venti dallo psichiatra romeno Jacob Levi Moreno. Nello Structural Psychodrama #1 una solida, monolitica scala di cemento conduce alla sommità di pile instabili di legno e cartongesso, residui immaginari di un cantiere abbandonato o di un evento espositivo disinstallato. Nel #2 le pareti dello spazio espositivo sono leggermente sollevate da terra, oblique e instabili; a sostenerle, fragili falli trasparenti in vetro di murano. In Structural Psychodrama #3, infine, una parete bianca di cartongesso tocca il pavimento solo su un angolo: a tenerla sollevata dall’altro lato è una catena d’acciaio agganciata al soffitto, parzialmente affogata nel gesso della parete. L’intervento minimale inscena tensioni strutturali, simboliche ed emotive, sfruttando l’immaginario violento e oppressivo associato alla catena.

Acquistata attraverso l’edizione 2020 del Piano per l’Arte Contemporanea della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura (PAC2020), l’opera è stata allestita per la prima volta al Centro Pecci in occasione della mostra Il giardino dell’arte, curata da Stefano Collicelli Cagol nel 2022. Successivamente, è stata inclusa nell’allestimento Eccentrica. Le collezioni del Centro Pecci.

Testo di Giorgio Di Domenico