La mostra collettiva inaugurava la direzione di Stefano Collicelli Cagol, curatore anche dell’esposizione. Come chiariva nel testo di sala, la mostra serviva da vero e proprio manifesto dell’«idea del Centro come un giardino: entrambi luoghi dedicati alla cura e al ristoro, di chi li abita e di chi li visita. Le opere sono state selezionate con l’augurio di creare un percorso sorprendente, emozioni contrastanti, prospettive nuove».
Informazioni sulla mostra
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La mostra chiamava dunque a raccolta artisti italiani e internazionali, di generazioni diverse: da Alberto Savinio (Atene, 1891-Roma, 1952) a Shafei Xia (Shaoxing, 1989). Le dieci sale dell’edificio storico disegnato da Italo Gamberini ospitavano così trentacinque opere di ventiquattro artisti. La scelta rispondeva a un criterio preciso: «I lavori provengono da alcune collezioni private del Paese e dalla collezione del Centro Pecci, a sottolineare la missione dell’Istituzione a far conoscere l’arte del XX e XXI secolo. La mostra è arricchita da opere recenti connesse all’atto del collezionare e raccogliere storie, pensieri, immaginari da parte di chi le ha create».
La prima sala serviva da introduzione storica: quattro dipinti di Alberto Savinio tra cui il grande Una strana famiglia (1947), la tavola di Wilfredo Lam (Sagua La Grande, 1902-Parigi, 1982) Je n’oublie pas (1941), una Marina (notturno) (1955) di Osvaldo Licini (Monte Vidon Corrado, 1894-1958) e una testa in argilla, senza titolo e senza data, di Marisa Merz (Torino, 1926-2019). A questi lavori storici era affiancato lo slideshow Scarecrows (2021) con disegni su iPad di Massimo Grimaldi (Taranto, 1974).
La seconda sala era invece interamente dedicata all’attività dell’artista americana Roni Horn (New York, 1955), di cui erano presentati lavori dedicati al tema dell’identità: le due sculture in vetro Untitled (Flannery) (1996-1997), i sette elementi in alluminio, ognuno dedicato a una parola diversa, di Kafka’s Complaints (1992-2004) e le trentasei fotografie con volti di clown di Cabinet Of (2002).
La terza sala ospitava tre opere di grandi dimensioni che interrogavano il potere evocativo dell’architettura e le possibilità semantiche dell’installazione: il grande Structural Psychodrama #3 (2017) di Monica Bonvicini (Venezia, 1965), la scultura Walk (2011) dell’artista georgiano Andro Wekua (Sokhumi, 1977) e Il libro (1998) realizzato con materiali di scarto da Padro Cabrita Reis (Lisbona, 1956).
La quarta sala affrontava il tema della sessualità e dell’intimità attraverso lo slide show The Other Side (1972-1992) della fotografa americana Nan Goldin (Washington, 1953) e due acquerelli con Dorina di Carol Rama (Torino, 1918-2015). La quinta sala ospitava esclusivamente l’installazione The Glover’s Repository (2015-2017) dell’artista britannico Paul Etienne Lincoln (Londra, 1959), complesso orologio meccanico dedicato al tema del tradimento.
La sala successiva ritornava ad affrontare tematiche formali, con un’attenzione particolare ai materiali, affiancando la scultura in poliuretano Untitled (1994-2002) del duo composto da Peter Fischli (Zurigo, 1952) e David Weiss (Zurigo, 1946-2012), l’installazione di coperte militari Wolkendecke (2006) di Helen Mirra (Rochester, 1970), il dipinto Two Pieces (2000) di Marlene Dumas (Città del Capo, 1953) e le sei sottovesti di Six Sisters (1993) di David Hammons (Springfield, 1943), affiancate a un Bianco plastica (1969) di Alberto Burri (Città di Castello, 1915-Nizza, 1995), artista di riferimento per l’americano.
Con un significativo abbassamento di tono, la sala successiva affrontava i temi dell’ironia e della leggerezza attraverso l’installazione di palloncini argentati Balloons Speech (1997) di Philippe Parreno (Grenoble, 1964) e il video Imagineering (2013) di Ryan Gander (Chester, 1976).
L’ottava sala affiancava due lavori storici, un Mimetico (1966) di Alighiero Boetti (Torino, 1940-Roma, 1994) e un lavoro a righe del 1971 di Daniel Buren (Boulogne-Billancourtm 1938), all’installazione murale FAKE UNIFORMS MILANO/FOCUS DAD (2021) dedicata da Sara Leghissa all’impatto della pandemia di covid-19 sulla vita di studenti e adolescenti.
La penultima sala era interamente dedicata alla video-installazione a cinque canali The End (2009) dell’artista islandese Ragnar Kjartansson (Reykjavík, 1976), ritratto mentre si avventura e suona musica rock con un suo collaboratore sulle montagne rocciose canadesi.
Infine, l’ultima sala, dedicata ad artisti stranieri di base in Italia, presentava cinque opere in varie tecniche dell’artista italo-cinese Shafei Xia (Shaoxing, 1989), affiancate al lavoro fotografico Negazione (dettaglio) (2022) di Dèlio Jasse (Luanda, 1980).
Al termine della mostra, due installazioni di grandi dimensioni, quelle di Monica Bonvicini e di Paul Etienne Lincoln, furono incluse nella presentazione della collezione permanente Eccentrica. Le collezioni del Centro Pecci (6 maggio 2023-).
Testo di: Giorgio Di Domenico










