Scheda dell'opera
Formatosi alla fine degli anni Ottanta tra Firenze, Monaco di Baviera e gli Stati Uniti, Paolo Parisi (Catania, 1965) aveva debuttato all'inizio degli anni Novanta e, sin dai suoi esordi, aveva concentrato la sua indagine sulla percezione e sull'esperienza cognitiva dell'arte. Vicino al contesto toscano, aveva esposto più volte alla Galleria Continua di San Gimignano, a Palazzo Fabroni a Pistoia, da Base/Progetti per l'arte a Firenze, alla galleria Spazio A di Pistoia e presso la galleria pratese di Nicola Fornello. Nel 2006, inoltre, aveva tenuto un'importante personale alla Städtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco di Baviera. Due anni dopo, era stato invitato a presentare una mostra al Pecci, suo primo progetto personale in un'istituzione museale toscana, concepito come un articolato percorso site-specific che si snodava attraverso gli ambienti del piano terra del museo. A conclusione della mostra Parisi concesse in comodato al Centro Pecci una Bench e i due dipinti Coast to Coast, e donò l'Observatorium.
Il secondo ambiente della mostra, allestito nella Lounge, era occupato dalla complessa installazione Come raggiungere la costa (museo) (2008). Parisi, innanzitutto, aveva coperto le vetrate curvilinee che corrono lungo il cortile con pannelli in plexiglass fluorescenti a dominante rossa. Col variare delle ore del giorno e delle condizioni atmosferiche, i pannelli proiettavano sullo spazio una straniante luce compresa tra il rosso e il violetto. Sulla parete di fronte, inoltre, aveva dipinto con della vernice argentata la restituzione anamorfica, stranamente allungata, di una carta nautica: da lì, il titolo dell'installazione. Per osservare la carta e godere della luce dell'ambiente, Parisi aveva inoltre installato nella Lounge due delle sue Bench for Everybody (2006), panche per il pubblico ottenute con la stessa tecnica costruttiva dell'Observatorium: pile di semplice cartone sagomato, a mimare in negativo rilievi orografici. Proprio una di queste Bench, l'esemplare due di tre, entrò poi nella collezione del Centro.
Testo di Giorgio Di Domenico
