Scheda dell'opera
Dopo gli esordi come poeta sperimentale nella Milano degli anni Cinquanta e un’intensa attività di cronista culturale per il «Gazzettino», Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Grotto, 1937) si afferma nel sistema dell’arte italiano nel corso degli anni Sessanta con le sue “cancellature”: obliterazioni sistematiche di parole e immagini, estese progressivamente a coprire interi libri. Invitato alla Biennale di Venezia nel 1972 – e poi ancora nel 1978, 1986 e 1993 – partecipa alle principali rassegne artistiche degli anni Settanta, collocandosi con sorprendente coerenza e progressiva carica politica al confine tra ricerche concettuali e poesia visiva. Nel 1976 lo CSAC di Parma ospita la sua prima retrospettiva, l’anno successivo ottiene il primo premio alla Biennale di San Paolo. Protagonista delle ricerche artistiche italiane del Novecento, è inserito in numerose rassegne organizzate dal Centro Pecci: Entr’acte (1998), Primo Piano (2006), Italian Genius Now (2007-2009), Oltre il grande rettile (2010), Invito al viaggio (2011), Parole, parole, parole… (2013-2014). Nel 2008, inoltre, Marco Bazzini e Achille Bonito Oliva curano una sua grande mostra personale, Dichiaro di non essere Emilio Isgrò, nelle sale del Centro, seguita dalla mostre Var Ve Yok curata nel 2010 da Bazzini all’Università Aydin di Instanbul e “Maledetti toscani, benedetti italiani”: ritratti incancellabili curata da Stefano Pezzato al Palazzo Pretorio di Prato.
In occasione della mostra personale del 2008, l’artista dona al Centro tre opere, tra cui la grande tela, quattro metri di altezza, Dichiaro di essere Emilio Isgrò (2008): un monumentale testo cancellato in cui restano leggibili soltanto le parole "dichiaro di essere Emilio Isgrò", ribaltamento dell'opera giovanile Dichiaro di non essere Emilio Isgrò (1971). Come ha scritto Bazzini, il dipinto che dava il titolo e apriva il percorso della personale, «appare come il controcanto dell’opera Dichiaro di non essere Emilio Isgrò (1971), in cui l’artista certificava, con tanto di firma, la propria autocancellazione in seguito al disconoscimento di alcune proprie caratteristiche fisiche da parte dei propri parenti. La negazione, non, occultata, quasi quaranta anni dopo - e allo stesso tempo conservata un livello sotto il colore - conferma la caratteristica di fare corpo unico con la propria opera e di come tale opera sia sempre riuscita a parlare dell’esistenza individuale e collettiva».
Interrogato da Paolo Vagheggi di «Repubblica», l'artista chiarì di aver realizzato l'opera e l'intera mostra «non per un gesto di ipernarcisismo come spesso accade nell'arte contemporanea ma per un gesto di responsabilità da parte di un artista che proprio per il suo essere uomo, individuo, vuole in qualche modo contrapporsi a una globalizzazione che pareggia tutto e omologa tutto [...] Una grande istituzione museale riconosce che non era possibile cancellare non l'arte ma Isgrò. Spesso mi sono sentito schiacciare da forze più grandi di me. Quando dico: "Dichiaro di essere Emilio Isgrò" è questo il meccanismo. Ciascuno di noi in questo tempo tortuoso e inquietante può cominciare a dichiarare di essere pronto a prendere le proprie responsabilità, di uomo prima che di artista».
Testo di Giorgio Di Domenico
Bibliografia e sitografia
↓ Bibliografia sull'opera
Paolo Vagheggi, Isgrò, l'arte è cancellare, «la Repubblica», 11 febbraio 2008
Marco Bazzini, scheda in Marco Bazzini, Stefano Pezzato (a cura di), Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato. La collezione, Giunti, Firenze 2009, pp. 60-63
Germano Celant, Emilio Isgrò, Treccani, Roma 2019, pp. 378-379
