Scheda dell'opera
La mattina del 7 dicembre 1988 la zona settentrionale dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Armena venne colpita da un devastante terremoto che causò decine di migliaia di vittime e feriti. Tra le città più colpite vi fu Leninakan, oggi Gyumri, secondo centro della nazione per popolazione. Il processo di ricostruzione coordinato dalle autorità sovietiche si concentrò sull’edificazione di un nuovo centro nei pressi della città, chiamato Mush. Pochi mesi dopo l’avvio dei lavori, la dissoluzione dell’Unione Sovietica fermò i cantieri, lasciando in eredità al territorio e alla popolazione un’enorme, spettrale città fantasma. Edificata a metà, Mush si distingue dalle altre città fantasma sovietiche – come quelle abbandonate attorno a Cernobyl’ – perché non può servire da curiosa macchina del tempo: i suoi edifici non sono mai stati abitati, sono morti senza mai nascere davvero.
Nel 2005, l’artista Vahram Aghasyan (Yerevan, 1974), formatosi all’Accademia di Yerevan dopo il crollo dell’URSS, ha fotografato e filmato gli edifici abbandonati e deserti, individuando in essi il simbolo più tangibile e immediatamente visibile dell’eredità spettrale dell’Unione Sovietica, anche sul piano dei linguaggi architettonici. Come scriveva l’artista nel catalogo di Progressive Nostalgia, la mostra dedicata all’arte postsovietica ospitata dal Centro Pecci nel 2007 e in occasione della quale il video venne acquistato insieme alle otto fotografie omonime, «Ogni città fantasma ha i suoi fantasmi che ci vivono dentro, ma il grosso problema con i fantasmi è che non sai mai se ci sono o no. Nell’area di Mush, per esempio, si sente in continuazione la presenza-fantasma del modernismo. Si tratta di una presenza spettrale perché gli edifici modernisti non sono mai stati completati. In Armenia il modernismo non finirà mai, perché non è mai cominciato davvero». Riflettendo anche sulla complessa storia etnica e sociale dell’Armenia, oltre che sulle politiche abitative sovietiche in rapporto alle architetture simboliche e celebrative, Aghasyan concludeva le sue considerazione richiamando la dimensione utopica del progetto: «Quando ti trovi nel mezzo di Mush e osservi quelle costruzioni che non hanno mai potuto adempiere alla loro funzione, non puoi fare a meno di pensare al futuro e all’aura utopica che questi edifici posseggono».
Testo di Giorgio Di Domenico
Bibliografia e sitografia
↓ Bibliografia sull'opera
Vahram Aghasyan, Ghost Cities, in Progressive Nostalgia. Contemporary Art from the Former USSR, catalogo della mostra a cura di Viktor Misiano, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato 2007, pp. 68-71
↓ Sitografia sull'opera
Pamela Buxton, Lost Utopias: Post Soviet architectural inheritance is full of ghosts and lost ambition, «Royal Institute of British Architect Journal», 14 luglio 2016
