Riprendendo le fila della riflessione del Centro sull’arte post-sovietica, la mostra curata da Viktor Misiano (Mosca, 1957), già curatore del Museo Puskin (1980-1990), direttore del CAC di Mosca (1992-1997) e membro del comitato curatoriale della prima Manifesta (1996), raccoglieva più di cento di opere di 43 tra artisti e collettivi, realizzate nel corso dell’ultimo decennio.
Informazioni sulla mostra
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Allestita diciassette anni dopo la rassegna del 1990 Artisti russi contemporanei, la mostra era il frutto di una lunga e complessa ricerca curatoriale, risultata in quattro mostre parallele: oltre a quella di Prato che dava il nome all’intero progetto, The Return of the Memory al KUMU Art Museum di Tallinn, On Geekdom al Museo Benaki di Atene e Time of the Storytellers al Kiasma di Helsinki. In qualche modo, la mostra rappresentava una reazione alla grande rassegna ufficiale Russia!, allestita l’anno precedente al Museo Guggenheim di Bilbao raccogliendo oltre trecento capolavori dal Medioevo a oggi, col sostegno diretto dei musei statali russi.
Partendo dall’idea della fase immediatamente post-sovietica come un’epoca del “qui e ora” in cui l’affermazione, il progresso e il successo personali imponevano una rimozione sistematica del passato, il curatore leggeva nelle pratiche artistiche più recenti uno sguardo nostalgico e retrospettivo nuovamente utile a seguito della fase di stabilizzazione dei paesi dell’ex blocco sovietico. La considerazione era prettamente politica: partendo dall’opera di alcuni degli artisti esposti, Misiano parlava di “allusioni al passato” che “riflettono la delusione per la nuova situazione post-sovietica e contengono un’accusa diretta alla corruzione politica e alla povertà di valori che caratterizza la contemporaneità”. Rispetto all’entusiasmo anti-sovietico della mostra ospitata dal Centro nel 1990, si trattava di un radicale cambio di prospettiva, in aperta rottura con la nuova linea oligarco-capitalista putiniana. L’idea di fondo di Progressive Nostalgia era infatti che il passato sovietico, rimosso troppo in fretta, potesse offrire alle pratiche artistiche contemporanee delle “potenzialità utopiche” assenti nel presente. In un testo pubblicato in appendice, l’artista azero Teymur Daimi arrivava a definire il crollo dell’URSS “un immenso misfatto geopolitico e geoculturale”, una “tragedia” imputabile ad “alcune nullità impazzite del Partito”, accecate dalla “foschia ipnotica del delirio pseudodemocratico di massa”. Più moderate le posizioni del filosofo Boris Groys, riferimento dichiarato del curatore che lo aveva intervistato in preparazione alla mostra.
La mostra era organizzata in nove sezioni tematiche che spesso raccoglievano artisti afferenti alla stessa area geografica. Nella prima, Addio alla grande narrativa, Vladimir Kuprianov presentava una serie di fotografie scattate tra 1981 e 2000 nella metropolitana di Mosca, Laura Stasiulyte la video-installazione narrativa Nadezhda/Speranza (2003/2004) e Olga Chernisheva i dipinti a olio della serie Panorama, ispirata ai panorami allestiti nelle esposizioni pansovietiche, affiancata al video Sogno festivo (2005), dedicato a un senzatetto.
La seconda sezione, La guerra vista dalla mia finestra, era aperta dalla serie omonima di fotografie scattate da Koka Ramishvili tra il 1991 e il 1992 durante la guerra civile in Georgia; di Ramishvili era esposto anche il breve film Lo scambio (2005), sempre dedicato al colpo di stato georgiano. Seguiva il video animato Giocare alla guerra (1996, 2003) di un altro artista georgiano, Konstantin Sulaberidze.
La terza sezione, In cerca d’identità, Erbossyn Meldibekov presentava La carta di Gengis Khan, o la pelle del cavallo rosso (2007), collage fotografico che combinava immagini di carne e tessuti a formare una mappa dell’Asia centrale. Accanto, la coppia di artisti Yelena e Viktor Vorobyev, presentavano la documentazione dell’azione fotografica Foto-ricordo, ovvero: se la montagna non va a Maometto (2002), realizzata ritraendo volontari locali durante un viaggio attraverso il Kazakistan meridionale. Il video Welcome to EU (2006) di Pavel Braila, invece, documentava la sua auto-emissione del primo passaporto europeo moldavo, tema trattato anche nell’installazione 35g Passport (2005) di Aleksander Komarov, dedicata alla riproduzione in mille copie del suo passaporto bielorusso esaurito. Il russo Maxim Karakulov presentava invece il video Photo Still (2004-2006) e la fotografia Flashing Families (2003), foto di gruppo impossibili, realizzate raggruppando perfetti sconosciuti, mentre con Esercizi (2006) Petr Bystrov documentava una serie di esercizi ginnici realizzati in via Dante a Milano.
La quarta sezione della mostra, Il mondo nuovo, era aperta dalle fotografie di architettura della serie Ghost Cities (2005) di Vahram Aghasyan, dedicata alle città armene mai completate dopo il terremoto del 1988. Il video Il mio indirizzo non è né una casa. né una strada, il mio indirizzo è il centro commerciale (2004) documentava l’azione messa in atto da Egle Rakauskaite durante la ristrutturazione del suo appartamento. Con Talking Head Strike (2007), invece, Alexei Buldakov immagina uno sciopero contemporaneo di tutti i mezzibusti che annunciano le notizie in TV. Con l’azione Niente Paura (2003), AZAT, pseudonimo di Azat Sargsyan, denunciava i brogli nelle elezioni armene. Nel breve video Hymn (2006), invece, l’ucraino Illya Chichkan rifletteva sull’identità nazionale dei paesi post-sovietici. Nella sala risuonava anche la Schizopoesia (2007) del poeta visivo e sonoro azero Babi Badalov. L’installazione La felicità esiste (2004) di Irina Korina si appropriava invece dell’immaginario idilliaco delle pubblicità russe, rese inefficaci dalla rimozione dei testi.
La quinta sezione, L’urlo, prendeva il titolo dall’opera omonima dell’ucraino Sergei Bratkov: la stampa su una bandiera di una sua fotografia mentre urla, ricordando la guerra. Nel video musicale Seagulls (2004), invece, l’artista estone Jaan Toomik ricreava un suo incubo, riprendendosi in varie azioni sul fondo di una piscina. Un altro videoartista estone, Mark Raidpere, rappresentava in Andrey/Andris (2006) un onirico incontro omoerotico in un bar gay di Riga.
La sezione successiva, Progetto umano, prendeva nome da un una serie di dipinti a olio su tela del pittore russo Kerim Ragimov, tutti ricavati da immagini trovate di persone. Nell’installazione Il nome delle forme (2007), invece, Vladimir Arkhipov raccoglieva oggetti trovati fatti a mano, tra cui un dizionario fatto a mano da Konstantin Bokhorov e una pala ricavata da un cartello stradale da Vladimir Antipov. Nell’installazione Nel campo di mio padre (2005), Leonid Tishkov rievocava il ritorno del padre dai campi di prigionia siberiani e tedeschi.
La settima sezione era quella che prestava il titolo alla mostra: Nostalgia Progressiva. Era aperta da un corpus di lavori di Dmitri Gutov: i dipinti della serie Anche le parole sono fatti (2007) derivati da considerazioni del filosofo sovietico Michail Lifsic, il video L’istituto Lifsic (2005) dedicato alla sua vicenda biografica e il video Demonstration (1999) che documentava una performance del gruppo radicale di sinistra Radek. L’installazione Communist Party USA (2005, 2007) di Yevgeniy Fiks documentava invece con dipinti e interviste i nuclei comunisti statunitensi. In maniera non dissimile, Anatoly Osmolovsky aveva appeso al suo Vessillo (2007) in bronzo una serie di simboli di partiti della sinistra europea, mentre con Pensieri polverosi (2005, 2007) aveva scritto lungo il battiscopa con la polvere alcune sue considerazioni sull’arte. Il trio russo composto da Ilya Budraitskis, Alexandra Galkina, David Ter-Oganjan presentava invece l’installazione Imperspicuitas (2007), composta da una tribuna contrapposta a citazioni classiche della Rivoluzione. Nell’installazione Striscioni (2001, 2007), infine, uno dei membri del trio, Ter-Oganjan, presentava striscioni con slogan tipici della sinistra occidentale parzialmente cancellati.
La penultima sezione, Che fare?, diretta citazione leniniana, includeva la grande installazione del collettivo ucraino REP all’esterno del museo: con Patriottismo. Hymn (2007) i membri del gruppo avevano affisso alle superfici esterne dell’edificio del Centro una serie di simboli che avevano il compito di semplificare e disambiguare il linguaggio rivoluzionario, componendo un inno ideale propedeutico all’ingresso del paese nell’Unione Europea. La serie fotografica e l’animazione (In)visibile (2006) di Olga Kisseleva erano invece dedicate alle proteste di strada e ai processi neo-coloniali delle multinazionali postcapitaliste. Il duo composto dai lituani Nomeda e Gedeminas Urbonas proponeva l’installazione Pro-test Lab Archive (2007), dedicata alla raccolta e all’archiviazione di oggetti di scena legati alle proteste. Il collettivo internazionale Chto Delat (Che fare?), fondato a San Pietroburgo nel 2003 e che dava il nome alla sezione, presentava l’installazione Activists Club, ispirata al Club Operaio di Aleksandr Rodcenko e pensata per convertire la sala museale in uno spazio di confronto politico. All’installazione era affiancati i video Builders (2005), ispirato al dipinto I costruttori di Bratsk (1957) del realista socialista Viktor Popkov, e Angry Sandwich People or In Praise of Dialectics (2006), con interviste a uomini-sandwich e una falsa protesta inscenata per l’occasione. Nella sezione erano inclusi anche Eroi, un album di disegni a matita di Nikolay Oleynikov e Vele scarlatte (2005), un video del gruppo postfemminista russo Factory of Found Clothes, riprodotto anche sulla copertina del catalogo e ispirato al romanzo omonimo del 1923 di Aleksandr Grin.
La sezione finale, Nel futuro, era composta da tre video: quello omonimo del 2005 di Gulnara Kasmaleva e Muratbek Djumaliev dedicato a un viaggio in traghetto attraverso il lago Bajkal, Let’s Drink to Love (2006) di Sopgia Tabatadze e Nadia Tsulukidze dedicato alle tradizioni conviviali georgiane e E la nave va… (2003) del kirghiso Ulan Djaparov, documentazione di una performance dedicata alla memoria realizzata dall’artista sulle sponde del Bajkal.
Testo di: Giorgio Di Domenico





















