Questo sito utilizza cookie per monitorare la tua esperienza di navigazione del sito. Per maggiori informazioni su come utilizzare e gestire i cookie, consulta la nostra Informativa sui cookie. Chiudendo questa notifica acconsenti al nostro utilizzo dei cookie.

OK, ho capito
#finedelmondo

Interviste

Ominide, dove sei?

12 agosto 2016



condividi


Metà scimmia, metà homo. Una nuova specie scoperta in Sud Africa aggiunge un nuovo misterioso tassello alla nostra storia evolutiva. 





Le moderne scoperte paleontologiche e archeologiche mutano e ampliano continuamente le nozioni basiche che impariamo nel corso dell’educazione scolastica, riguardanti la storia dell’evoluzione dell’uomo. Ciò che abbiamo sempre conosciuto come uno sviluppo lineare, in realtà ha comportato passaggi evoluzionistici frammentati e scomposti. Oggigiorno come si compone la scena dell’evoluzione scimmia-uomo?
Prima di tutto va detto che anche la comune “credenza” che ci siamo evoluti dalle scimmie non è scientificamente corretta. Noi abbiamo un antenato in comune con le scimmie antropomorfe (scimpanzé, gorilla, orango e gibbone) che vivono oggi insieme a noi sulla terra. Questo antenato visse intorno a sei milioni di anni fa e probabilmente aveva un aspetto più simile ad una scimmia di oggi che ad un uomo di oggi. Ma l’uomo non “discende dalla scimmia” come comunemente si dice. Per quanto riguarda i processi evolutivi che hanno portato all’evoluzione dell’uomo, oggi sappiamo che sono in tutto e per tutto simili a quelli che hanno portato all’evoluzione di tutte le altre forme di vita. Cioè, da quel lontano antenato comune si sono evolute sia le scimmie antropomorfe attuali sia l’uomo seguendo un percorso costellato da vari stadi intermedi (i fossili ormai estinti) che può essere assimilato alle ramificazioni di un albero partendo dal tronco principale. Quindi, l’uomo è solo uno dei rami terminali che si sono evoluti da questo antenato comune, insieme alle altre scimmie antropomorfe. 

 

Quali sono i motivi che rendono la scoperta di questa nuova specie del genere Homo, Homo naledi, così rilevanti per la comprensione del nostro sviluppo dal punto di vista evolutivo? Quali sono le peculiarità che caratterizzano questo ominide?
Ci sono essenzialmente due motivi che rendono Homo naledi così importante e lo caratterizzano anche rispetto agli altri trovati fino ad ora. Il primo è che credevamo che l’evoluzione del genere Homo (a cui anche noi, Homo sapiens, apparteniamo) avesse comportato lo sviluppo contemporaneo di un cervello grande, di abitudini alimentari moderne, di capacità di camminare sul terreno per lunghe distanze e la perdita della capacità di arrampicarsi sugli alberi. Come in un pacchetto. Invece, Homo naledi ci dimostra che si può essere Homo anche con un cervello molto piccolo (solo 500 cc, contro i 1350 cc dell’uomo moderno) e conservando la capacità di arrampicarsi sugli alberi, come dimostrato dall’anatomia della spalla e dalle dita delle mani curve. Il secondo motivo riguarda le dinamiche che hanno portato all’accumulo di così tanti fossili (1550) nella Camera di Dinaledi. L’unica ipotesi che possiamo proporre al momento è che Homo naledi deponesse intenzionalmente i propri morti in quella grotta. Non intendo con questo riferimi ad un rito funebre nel senso moderno del termine, ma al comportamento di portare i morti lontano dai vivi. Magari per proteggere i vivi dall’attacco dei predatori che potrebbero essere attratti dai corpi in decomposizione. Ebbene, questo è un comportamento complesso che non credevamo fosse possibile per un ominine con un cervello piccolo come quello di Homo naledi.

[1466]

Nel corso dell’evoluzione la nostra specie ha avuto un grande impatto sul pianeta provocando radicali cambiamenti ambientali e conseguenti estinzioni di specie animali e vegetali. In che modo questa storia delle estinzioni può aiutarci a prevenire la fine di un mondo futuro?
La nostra specie si contraddistingue da tutte le altre specie animali per la complessità del nostro cervello e quindi per la capacità di mettere in pratica comportamenti molto complessi. Questi comportamenti hanno permesso all’uomo anatomicamente moderno di colonizzare tutto il mondo, cominciando circa 50000 anni fa. É una caratteristica della nostra specie quella di modificare l’ambiente per renderlo adatto alle nostre “esigenze”. Questo ha portato a tutti i vantaggi e gli svantaggi che essere Homo sapiens comporta. Lo studio delle ultime fasi dell’evoluzione umana riveste quindi un forte ruolo per capire l’impatto che la nostra cultura e le nostre esigenze hanno avuto sul mondo naturale che ci circonda. E potrà sicuramente essere utilizzato per capire meglio come comportarci in futuro per salvaguardare il nostro pianeta. Comprendere meglio come le popolazioni del passato riuscivano a mantenere il delicato equilibrio con l’ambiente in cui vivevano è uno dei contributi più importanti che l’antropologia puà dare nello sforzo di assicurare un futuro sostenibile sia per noi sia per il resto del pianeta. 



Immagine di copertina:

Stampante 3D utilizzata per riprodurre il cranio di Homo Naledi. Photo: John Hawks CC-BY-NC-ND


condividi


Leggi anche
JOURNAL / INTERVISTE
30 novembre 2016
Padroni del nostro futuro?
Intervista a Noam Chomsky
JOURNAL / FRAMMENTI
12 ottobre 2016
Senza perdere la terra
di Luis Sepúlveda
JOURNAL / FRAMMENTI
19 settembre 2016
Venire al mondo
di Paolo Tozzi
JOURNAL / FRAMMENTI
6 settembre 2016
Preludio allo spazio
di Joanna Demers
JOURNAL / FRAMMENTI
25 agosto 2016
La fine del mondo. Ancora
di Daniele Pugliese
JOURNAL / FRAMMENTI
12 luglio 2016
Addio alla Fine
di Emio Greco e Pieter C. Scholten
JOURNAL / INTERVISTE
22 giugno 2016
In bilico sulla fune
Intervista a Pascal Gielen