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#multidisciplinare#finedelmondo

Interviste

Un mondo di marionette

21 ottobre 2016



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Raccontare le catastrofi dell'umanità con un esercito di orsetti gommosi. Sembra un film di Spike Jonze, e invece si tratta dello spettacolo teatrale di una delle più importanti compagnie teatrali al mondo: Agrupación Señor Serrano. Li abbiamo incontrati.





Il vostro modo di fare teatro è caratterizzato dall’utilizzo di maquette (modellini) che riducono la società a copia, rappresentazione, riflesso. L’analisi della realtà avviene attraverso un mash-up di metafore, immagini e paradossali giustapposizioni. Ricercate una “distanza” dal reale per comprendere il mondo che ci circonda?

Effettivamente questa è una costante dei nostri spettacoli. In tutti realizziamo un’operazione simile: partiamo da una situazione problematica o paradossale della nostra realtà contemporanea, qualcosa che richiama l’attenzione, ma la affrontiamo in maniera indiretta.  Lavoriamo partendo da metafore, facciamo un passo indietro per vedere il senso nel caos, spogliamo i fatti per raggiungere la loro essenza, suggeriamo connessioni tra storie vere, la Storia e la finzione (film, romanzi, fumetti) per creare un approccio nuovo, un punto di vista fresco e molto personale. Fuggiamo dal qui e ora, dalle notizie suggerite dalla fretta, perché è il tipo di approssimazione alla realtà che si può incontrare in televisione, sui giornali o nei documentari e perché la pornografia delle immagini drammatiche e l’approccio diretto ai fatti attivano solo un tipo di risposta emotiva troppo impulsiva e pertanto effimera: rabbia mista a vergogna e sofferenza (tutti quei sentimenti che si possono percepire alla bocca dello stomaco). Invece, noi invochiamo altre emozioni (come la compassione, la tenacia, la speranza e la determinazione) e soprattutto l’intelligenza emotiva e il senso critico del pubblico.

Non è che ci allontaniamo dal reale o dal realismo, perché i nostri spettacoli sono ancorati alla realtà, solo che per affrontare il problema crediamo sia più efficace farlo attraverso in modo mediato piuttosto che diretto. In un certo senso la realtà si presenta troppo appariscente per essere osservata e necessita non solo di un passo indietro per essere analizzata, ma anche di un meccanismo di sostituzione attraverso l’uso di metafore per poterne parlare.

 

[1674]

 

Attraverso i vostri spettacoli esaminate la società contemporanea, le sue tragedie e le sue contraddizioni, dall’11 settembre, al sistema bancario e le migrazioni. Come descrivereste l’oggi e dove stiamo andando?

Sinceramente, noi non siamo più che semplici scenografi. Non siamo filosofi né poeti, anche se spesso usiamo i loro strumenti per costruire il nostro discorso. Se una persona diventa assidua frequentatrice dei nostri spettacoli, da quelli ricava un’immagine del mondo dove regnano caos, malvagità, manipolazioni, falsi interessi, inumanità, odio e stupidità. Allo stesso tempo, dai nostri spettacoli emerge però un senso di resistenza e di ribellione intima, una suggestione che ci porta a un altro modo di vedere le cose. Anche se gli spettatori assistono a eventi, situazioni e pensieri molto duri, alla fine crediamo che lascino i nostri spettacoli con più speranza di quando sono entrati, con la volontà di fare qualcosa di positivo piuttosto che essere pieni di rabbia. Noi, quando affrontiamo un nuovo tema o un nuovo spettacolo, non possiamo mai sapere che effetto avrà sul pubblico, non abbiamo nessuna ambizione di smuovere la coscienza di qualcuno. Se questo accade, è una conseguenza collaterale.

Noi aspiriamo solo a fare il miglior spettacolo possibile seguendo i nostri ideali sociali, poetici ed estetici. Inoltre, in qualche modo la nostra realtà contemporanea è troppo complicata per essere spiegata. Facendo un parallelismo con la matematica, predire verso dove stiamo andando risulta complicato dato che nell’equazione della realtà contemporanea esistono troppe variabili per poter avere un unico risultato.  Sarebbe come tentare di avere un disegno preciso di un banco di nebbia, di un miraggio.

 

La mostra inaugurale del Centro Pecci parte dall’idea che l’uomo sia appena un granello di polvere nell’immensità del movimento cosmico. Nello spettacolo Contra.Natura riflettete sulla connessione tra la vulnerabilità e la futilità della condizione umana e l’infinita ed eterna ubiquità della natura. Quale significato assume l’arte nella dicotomia tra finitezza umana ed eternità dell’universo? Ha senso fare arte di fronte all’ovvio destino che anche la terra morirà?

Diciamo che di fronte all’evidenza che gli esseri umani scompariranno e il nostro sole morirà, non ha senso non solo fare arte, ma anche alzarsi dal letto e fare colazione.  Eppure... è tutto il contrario. O accettiamo la sconfitta e ci diamo per vinti, o iniziamo a creare, pensare, studiare, ricercare. La stessa forza che un giorno abbandonerà tutto ciò che conosciamo è quella che ci spinge a essere una specie creativa, curiosa, irrequieta. Quindi, se non creiamo, curiosiamo, indaghiamo, tradiamo la nostra essenza. L’essere umano si è costituito come specie attraverso una lotta costante per differenziarsi dalla “natura”.

Contra.Natura suggerisce una riflessione sulla drammatica essenza della relazione tra la creazione culturale – effimera, caduca, fragile- e l’azione della natura – infinita, perenne, onnipresente; tra la natura vulnerabile e futile della condizione umana e l’ubiquità della natura intesa come un tutto. La Natura, il Tutto, è imponente, mutevole, imparziale; non agisce con nessun piano, semplicemente si sviluppa come un equilibrio di forze. Noi, un prodotto unico ed estraneo di questo tutto, abbiamo costruito la nostra identità come specie contrapponendo costantemente a queste forze oppressive una decisa azione costruttiva/culturale.

In questo modo, intendiamo superare la nostra preoccupazione dinanzi al potere di cancellarci della Natura con una lotta costante contro l’oblio, contro l’estinzione.

 

[1675]

 

In Katastrophe affidate a centinaia di orsetti gommosi il compito di raccontare l’umanità e le sue catastrofi. Perché questa scelta?

Katastrophe è un cambiamento davvero importante nella maniera di intendere il nostro teatro. Tra il 2006 e il 2010 si può dire che cercassimo noi stessi. Quando abbiamo iniziato nel 2006 non avevamo un piano definito. Abbiamo semplicemente cominciato a scrivere uno spettacolo insieme, prendendo come riferimento i registi e le compagnie che ci piacevano in quel periodo. Dopo tre spettacoli con attori e ballerini, dove il video aveva un ruolo complementare, abbiamo deciso di cambiare tutto.

Abbiamo iniziato a lavorare su un video in tempo reale come strumento principale; abbiamo rinunciato ad attori e ballerini; ci siamo impegnati ad andare noi stessi in scena per muovere le videocamere e modellini; abbiamo scelto un tema e abbiamo sviluppato una storia con la quale si potesse identificare tutto il mondo. Volevamo parlare dell’umanità e dei suoi rapporti con le catastrofi, ma non volevamo farlo in maniera diretta bensì, come abbiamo spiegato prima, attraverso una metafora.

In Europa, prima dell’arrivo del darwinismo e della scoperta della nostra parentela genetica con le scimmie, per molti secoli si è ritenuto l’orso il nostro antenato simbolico. In mezzo a questo scenario di cambiamento a livello creativo e di ricerca di un linguaggio nuovo con cui parlare di catastrofi, sono apparsi gli orsetti di gommosi. In qualche modo, era facile identificarsi con loro e allo stesso tempo comprendere che erano i protagonisti di una favola.

In più, sono un tipo di caramelle universalmente conosciute e collegate all’idea di dolce, quindi trasformare questi dolci orsetti in generatori di guerre e catastrofi ci ha fornito un contrasto davvero potente: improvvisamente lo spettatore si trovava dinanzi a terribili eventi che avevano come protagonisti, in un contesto di favola apparentemente naïve e pop,  esseri buoni e dolci e questo generava nella sua mente un conflitto da risolvere.

 

Come immaginate possa essere la fine del mondo?

Bella. E senza di noi, perché non ci vogliamo perdere lo spettacolo.



Immagine di copertina:

Katastrophe. Foto: Ewa Gleisner


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